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La mia vita bucolica.

Dal greco “boukolikos” pastorale, derivato di boukolos “pastore di buoi”, questa parola deriva dall’idealizzazione della vita campestre, fatta di tranquillità e pace, richiamandone le ambientazioni, i toni e le atmosfere.
Il poeta latino Virgilio, che conosceva molto bene gli scritti di Teocrito, nel suo poema scritto intorno al 40 a.C., all’età di circa 30 anni, evidenzió tre categorie e interessi, che possono essere sintetizzati nel paesaggio arcadico, nel rimpianto del “mondo perduto” e nel ritorno alle origini.
Considerato che morì a soli 51 anni per un colpo di sole di ritorno dalla Grecia, possiamo dire che il “vate” ebbe questi rimpianti e questi desideri di ritorno al passato, più o meno alla mia stessa età di oggi.
Evidentemente superata mezza vita, ci si gira indietro inevitabilmente, e non solo, si cerca di variare in ogni modo, tutto quello che si è fatto, per la prima metà della propria esistenza !
Ci si sente pronti per una vita meno comoda, per la vanga e la zappa, per allevare qualche animale da fattoria, per coltivare un fondo e mangiare cibo autoprodotto.
Si riscopre la gioia di accendere il camino, di riparare un tubo che perde, di trovare quell’accidente che ti serviva, negli scatoloni polverosi dell’unico bazar del borgo antico.
Si torna a “Il mondo perduto” di Conan Doyle che oltre ai dinosauri, fece riscoprire all’uomo moderno, la clava, la caverna e il mangiare senza posate.
Io quando sono in montagna riscopro il piacere di dormire profondamente, di camminare, di lavorare e aggiustare casa, di vedere poca o niente TV, di scordarmi il cellulare sul comodino, di parlare con gli altri, di tornare a fidarmi del prossimo e soprattutto di pensare e curare il mio benessere interno.
E credetemi senza alcun rimpianto per le comodità della città o della routine quotidiana.
Inoltre la cosa strana davvero è constatare come sono diverse le persone in questi paesini, rispetto alle megalopoli.
Anche quando sono come noi, dei semplici trapiantati.
Si torna a salutare tutti, pure gli estranei, a vedere donne sull’uscio a parlare tra loro, uomini in piazza o al bar, si scandisce il tempo con un’occhiata fuori dalla finestra e non più dallo swatch di ultima generazione, si riconoscono i profumi del fuoco di legna e di un bel piatto di fettuccine.
Si lascia l’auto ferma, parcheggiata per giorni, sperando che riparta con le gelate notturne.
Non si ha paura neanche dei cani randagi, perché alla fine diventi uno del posto e ti riconoscono dopo appena un pomeriggio.
Indubbiamente la vita bucolica è quella più vicina alla nostra natura, perché siamo in cerca di pace e tranquillità, di toni sommessi o di silenzio, di atmosfere intime e lontane dalle fregnacce che ci propinano come “nuovo che avanza”.

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