L’Oro degli Italiani

La Banca d’Italia è il quarto detentore mondiale di oro al mondo, dietro la Fed (Americana), la Bundesbank (Tedesca) e il Fondo monetario internazionale. Le riserve auree attualmente possedute, sono stimate in 2.452 tonnellate metriche, costituite di oltre 95.000 lingotti e circa 870.000 pezzi di monete d’oro, un tesoro che, sulla base dell’ultimo bilancio dell’Istituto, ha un valore pari a circa 85 miliardi di euro. Un immenso patrimonio aureo, che negli anni ha avuto molti sali e scendi, dalle 78 tonnellate iniziali del 1893 – quando si fusero i tre istituti di emissione che diedero vita alla Banca d’Italia (la Banca Nazionale del Regno d’Italia, la Banca Nazionale Toscana e la Banca Toscana di Credito) – fino alle 2565 tonnellate degli anni ’70. In questi ultimi mesi, dopo alcune dichiarazioni di illustri rappresentanti del Governo gialloverde, sulla proprietà di tutto questo oro e sulla possibilità di utilizzarlo per scongiurare nuovi prelievi tributari o aumenti dell’Iva, si è accesa una disputa istituzionale che ha portato il Presidente della commissione Bilancio di Montecitorio, Claudio Borghi (Lega) a presentare una proposta di legge particolare, all’esame della Commissione Finanza della Camera. Tale iniziativa legislativa, mira a chiarire che la “proprietà” delle riserve auree, comprese quelle detenute all’estero, è “dello stato italiano” mentre il compito della Banca d’Italia è quello di “gestirle e detenerle a solo titolo di deposito”. La proposta di legge, di un solo articolo, è stata depositata ad agosto 2018 alla Camera ed assegnata alla Commissione finanze, che ha avviato l’iter lo scorso 13 dicembre. Tutto questo oro, è conservato per meno della metà, il 44%, a Palazzo Koch a Roma, mentre il resto è suddiviso nei caveau di altre banche centrali, per ragioni storiche, legate ai luoghi in cui l’oro è stato acquistato e per ragioni di sicurezza. Più nel dettaglio il 43,3% è negli Stati Uniti, il 5,7% a Londra, presso la Banca d’Inghilterra, e il 6% a Basilea, presso la Banca dei Regolamenti Internazionali. La gestione di queste riserve, è vincolata all’Eurosistema ed esse rappresentano un baluardo a difesa del patrimonio dell’istituto e della stabilità dell’euro. Ecco perchè la UE non può permettersi di lasciare per strada un partner come l’Italia, perchè siamo la loro fidejussione mondiale. E questa cosa brucia a tutte le cariatidi di Bruxelles, che se avessero potuto fare altrimenti, già ci avrebbero buttato fuori dal recinto europeo.

La Filosofia del lecchino.

La “Filosofia del lecchino” é quella che insegna come diventare qualcuno senza essere nessuno. Nei principi basilari della disciplina, c’è quello di essere fedele al padrone e traditore con gli altri, servile col titolare e prepotente con la povera gente. Imparare a scodinzolare quando ti offrono una prebenda e a ruggire quando un sottoposto ti infastidisce. Evidentemente i dirigenti attuali del PD hanno studiato bene questo manuale Cencelli, perché la lettera di scuse di ieri 07 febbraio 2019, indirizzata all’ambasciatore francese Christian Masset, da parte del Presidente del Gruppo PD al Senato, Andrea Marcucci, né é un esempio da mostrare e dibattere nelle scuole. “Le relazioni diplomatiche e gli storici rapporti di solidarietà e di impegno comune”, che il Senatore rimpiange e che si augura che, con loro di nuovo in sella, si rinnoveranno o rinsalderanno di sicuro, mostrano chiaramente perché nel mondo siamo definiti “Macaroni” senza palle, senza nome e senza dignità di nazione.
Alcuni personaggi politici, emersi (o riemersi) dopo l’affondamento della prima Repubblica, sono i primi e veri responsabili del degrado internazionale del nostro Paese. Lecchini buoni per tutte le stagioni, che hanno conformato e ridicolizzato la nostra politica estera e di difesa, alle briciole che ci gettavano dalla tavola imbandita dell’Europa “unita” i signori di Francia, Germania e Inghilterra.
Sappiamo tutti questa politica di continua “genuflessione” a cosa ci ha portato. Ad essere quelli da bacchettare, da correggere, da criticare e da …. governare.
Perché finora la nostra sovranità é stato un bell’auspicio sulle nuvole delle buone intenzioni.

Negozi mordi e fuggi !

nego

Una passeggiata per le strade del mio quartiere, e la constatazione che non è rimasto aperto un solo negozio della mia infanzia. Quando invece ero bambino, nel Quadraro, c’erano molti negozi storici, alcuni dei quali risalenti ai primi del novecento, tramandati di padre in figlio, con cognomi che erano il sinonimo stesso dei prodotti che vendevano. A quei tempi essere commerciante era una professione con la “P” maiuscola, a tutti gli effetti, con tanto di passaggio del testimone generazionale e “buon nome” del negozio da preservare. C’erano botteghe di barbiere vecchie di decenni con apprendisti e garzoni, luoghi di ritrovo e confronto tra tifosi, aperti la domenica mattina per le barbe “fatte bene per la festa”, spacci alimentari sopravvissuti alla guerra, con indicazione sull’insegna, dell’anno di apertura, e vicino alle scuole, elementari e medie,  cartolerie, negozi di giocattoli e pizzerie, che erano l’anima del quartiere, dove sono passati tutti i miei coetanei di allora. Scorrevano gli anni ma i punti fermi erano sempre loro, luci nei pomeriggi invernali e serrande aperte nelle albe estive, amici veri con cui  parlare di tutto, luoghi di confidenze e confessioni, come le sartorie e le tintorie che sapevano tutto di tutti. Eppoi c’era la spesa con la “segnata”, praticata dalla maggior parte degli stipendiati, che dovevano aspettare il 27 per saldare i conti. Insegne ancora fatte coi numeri romani e che svelavano anni e anni di duro lavoro, di intere famiglie. Il Sabato pomeriggio, io e i miei compagni di classe, avevamo le tappe obbligatorie nei negozi di dischi del Centro,  dove spendere qualche decina di migliaia di lire nei vinili a 33 giri dei gruppi stranieri. C’erano negozi di abbigliamento famosi anche all’estero. Ricordo che entrare lì dentro era qualcosa di simile a varcare le soglie del paradiso : vetrine superdecorate con gli ultimi arrivi in bella mostra, i marchi italiani e stranieri che vedevamo indossati dai nostri idoli del cinema e della musica, e soprattutto, per chi come noi aveva l’unica fonte di denaro nella paghetta dei genitori, tanti capi di abbigliamento che ci facevano fare una gran bella figura a prezzo conveniente. Oggi in quegli stessi locali non esiste traccia del loro recente passato e della storia che hanno vissuto. Soltanto paninoteche, drugstore e griffe anonime, che rendono tutte le metropoli uguali, da Roma a Mosca, da New York a Parigi. Non resiste una insegna storica, non c’è più un superstite tradizionale, tutti hanno chiuso già da molti anni, ma la cosa più sorprendente, è stato scoprire che, molti altri punti vendita, che si sono aperti lì in quei negozi della nostra infanzia, uno dopo l’altro, tutti, alla scadenza precisa dei due anni, hanno chiuso. Oggi non ci sono più punti fermi. La frutteria cambia e diventa un centro di assistenza per cellulari, la macelleria chiude e diventa una jeanseria, la banca che era davvero un punto fermo per il quartiere, chiude e i locali restano chiusi e impolverati. Ci sono strade desertificate, dove la notte è buia davvero e girare per quelle strade mette paura pure a palestrati e superuomini. La vendita online sta mutando tutte le abitudini e le consuetudini di acquisto. Dei miei amici tornati dalla Cina, mi hanno riferito di negozi senza commessi, di supermercati senza cassiere, di ristoranti dove i piatti dopo essere stati scelti da tablet e video interattivi, ti giungono sul tavolo direttamente dal soffitto. Negozi tradizionali inesistenti e pagamenti fatti senza più nemmeno la carta di credito, direttamente dal cellulare che uno tiene in tasca. Lo so che non serva a nulla piangere sul latte versato, ma per me questo non è progresso. E’ soltanto tristezza e progressivo isolamento. Potremmo pure essere più comodi e soddisfatti dei nostri acquisti (che ci fanno cambiare e restituire, senza più pacchi e contropaccotti) ma stiamo diventando sempre più soli e indifferenti … a prezzo del risparmio a tutti i costi, stiamo sacrificando socialità e allegria.

La memoria di noi.

Ieri sera ho visto un film con mia moglie Fabiola. S’intitolava “Ti ricordi di me?”, con Edoardo Leo ed Ambra Angiolini, una semplice storia d’amore tra due ragazzi, con gravi problemi psicologici, in terapia emtrambi, con equivoci e situazioni carine ed anche molto divertenti, ma con incisi drammatici. Ben scritto e interpretato, e che mi ha fatto fare, a freddo questa mattina, delle considerazioni che sottopongo ai miei lettori.
Oltre alla morte c’è un’altra cosa che ci ricorda che siamo un granello di sabbia nel deserto. Una cosa essenziale e che possiamo perdere in un attimo, come le chiavi di casa, come la nostra stessa vita. Che sottovalutiamo e che a volte mimimizziamo se non funziona come dovrebbe. Questo qualcosa é la memoria. Nel film infatti, la protagonista, a seguito di episodiche crisi di narcolessia (la malattia del sonno), perdeva completamente il ricordo di sé, dei suoi affetti (tanto da dimenticare figlio e marito) e di tutta la sua vita precedente. Come un “gong” che azzerava completamente la sua esistenza e la faceva ripartire da capo. Questa cosa mi ha molto colpito. Anche perché nella mia famiglia, mia nonna (anch’essa alla fine, malata di demenza senile), mi raccontava di un mio avo, nonno Gennaro, che ogni volta lo munivano di foto e bigliettini con indirizzo, perché non era capace da solo a ritornare a casa. La memoria, la responsabile prima e la mamma di tutti i nostri sensi. Del gusto, dell’odorato, della vista, di tutte le sensazioni importanti per noi, che archivia pazientemente, e che ci tira fuori al momento opportuno per dirci se una cosa ci piace, oppure no. Ed ho pensato al grande dono che é la memoria anche per l’Amore e il Sentimento, con la “S” maiouscola. A volte, quando stringo o “respiro” mia moglie, mia figlia o mio nipote, vorrei che quel momento durasse per sempre, e lo chiudo bene, come una bottiglia affidata alle onde, nel mio cervello.
Ogni cosa che fa battere il cuore : il primo bacio, il mio primo TiAmo, il Sì al matrimonio, il primo pianto di mia figlia in sala parto, l’odore delle manine di Lorenzo, le morti importanti della mia vita, tutti momenti che custodisco e che vorrei “per sempre” con me, per vedere e rivedere come quei vecchi film che fa sempre piacere quando passano in TV.  E poi, improvvisamente ho pensato a chi, la memoria la piange tutti i giorni. Coloro che l’hanno persa del tutto e non riconoscono più nessuno. Colui o colei che, isolati dal mondo, la memoria non la possiedono più. I malati di Alzheimer, di demenza senile o di vecchiaia precoce, tutti coloro che progressivamente spengono i ricordi dentro di loro. A costoro dobbiamo dare tutta la nostra comprensione e la nostra tenerezza. Perché sono vivi, ma vivono peggio dei morti. Perché con gli occhi aperti ma in realtà chiusi, come nel più brutto incubo, gli si cancella giorno per giorno la vita e tutti i loro ricordi, belli o brutti, ma comunque unici e importanti. Importanti anche per chi sta loro vicino e sono impotenti di fronte a questa prematura scomparsa. Il mio cuore è con Voi, con tutti Voi.
Un bacio e un abbraccio forte.

Bolkestein : e Adesso ?

Dopo l’avvenuta abrogazione esplicita di tutta la disciplina Bolkestein, e in particolare della messa a bando delle concessioni degli Ambulanti, prende nuovamente vigore, il dibattito giuridico sull’istituto della cosiddetta “Riviviscenza delle norme abrogate”.
Ossia se, tolta di mezzo la Bolkestein, si applichi nuovamente il precedente decreto Bersani uno, il D.Lgs. n.114/98, oppure si debba di nuovo regolamentare il tutto, per colmare il vuoto normativo creato dal Legislatore.
Chi parla di “Riviviscenza” lo fa sicuramente in mala fede.
Perché il nostro Ordinamento non la prevede o meglio non la prevede espressamente.
E pertanto equiparare questa situazione, ad una meritevole di riviviscenza, sottintende il desiderio di rimettere mano a tutto, e forse, dico forse, far rientrare dalla finestra tutto ciò che il nuovo Governo, ha gettato via dalla porta. Reintestazioni e bandi compresi.
Nel caso in esame al contrario, dobbiamo parlare di “esplicita volontà del legislatore” al ripristino dello status ex ante (o precedente).
Ci si era accorti che si stava bloccando un intero settore produttivo, e si è corsi ai ripari (come fatto per altre categorie) tutelando nuovamente con la legislazione nazionale – leggi decretazione e normativa precedente – che per altro non era mai stata esplicitamente abrogata, la categoria del commercio su aree pubbliche. Che il decreto Bersani con le concessioni decennali tacitamente rinnovabili – se non formalmente disdettate “nei tempi e nei modi” dall’ente concessorio (il Comune) – non sia mai stato abrogato, lo dimostrano i tanti settori che ancora disciplina, il suo sistema sanzionatorio, la programmazione e le direttive che detta alle regioni.
Pertanto nel nostro caso, non dobbiamo porci l’interrogativo se l’eliminazione della applicazione della Direttiva Servizi agli Ambulanti, faccia o meno riprendere efficacia alla norma primariamente abrogata.
Perché non c’è mai stata abrogazione implicita o esplicita del Bersani.
E di conseguenza si ripristina la normativa precedente, senza alcun vuoto normativo. Questo deve essere il nuovo compito delle Associazioni NoBolk, quello di far capire ai Comuni, che il periodo 2010-2018 é stato soltanto un incubo, un intermezzo di pazzia giuridica (con inclusione impropria e illegittima, proroghe e sospensioni al limite della liceità) terminato come una notte piovosa al sorgere di un nuovo sole e di una nuova giornata.

I cani non muoiono mai.

Inizio questo post alle 6:04 di domenica mattina, dopo essermi fatto un giro su Facebook, aver letto profili e pensieri dei miei “amici”, e pensato di tutto al caldo del mio piumone invernale. La stanza è buia. Con tante piccole lucette accese. La radiosveglia, il cellullare di mia moglie in carica, i lampioni della strada, qualche faro che sfreccia nella notte. Non c’è più il buio assoluto di quando ero ragazzino. Sembra di dormire di pomeriggio. Eppoi tanti sogni strani, tanti pensieri, che prima non avevo e ronfavo pesante fino al mattino. Ricordo che mi sono sempre stupito dell’orario prestissimo a cui si svegliavano i miei genitori e i miei suoceri, e invece adesso anche io, capita che alle 5 o alle 5.30 già sono sveglio e guardo il soffitto. Forse avvicinandosi il fine vita, cresce il desiderio di vivere e diminuisce il periodo di sonno. Questa mattina ho letto un bel post sui cani pubblicato da mia sorella Claudia. L’autore del blog, affermava che i cani per l’appunto, non muiono mai, ma che si addormentano, “scodinzolando” nel cuore dei loro padroni, facendoli piangere di volta in volta. E ho pensato che anche i nostri cari che non ci sono più, fanno la stessa cosa dentro di noi. Restano nei nostri cuori. Salvo poi scodinzolare facendoci piangere quando meno te l’aspetti. Qualche giorno fa, quando é iniziato questo gelo pungente, ha iniziato a “scodinzolare” mio padre, mentre stavo andando in banca chiuso nella mia giacca da neve marrone. Eravamo sulla salita notturna del nostro albergo sulla neve ad Asiago, in settimana bianca, soli, più di venti anni fa, e stavamo parlando tanto, come non avevamo mai fatto, di tutto. Dei nostri progetti, del futuro, dei nostri affetti. Un momento molto bello che non si é mai più cancellato dalla mia memoria. L’altro ieri invece é stato il turno di mia madre, che mi sorrideva da una foto del cellulare. Foto fatta non ricordo dove e quando, ma che veniva fuori al momento opportuno, quando la stavo pensando per altre cose. Che strana la vita. E quanto ancora più strana è la morte. Che andando avanti con gli anni non fa più tanta paura, come quando eravamo bambini, perché prendiamo coscienza che anche noi come quei cani, non moriremo mai. Ma resteremo per sempre, scodinzolando felici, nel cuore dei nostri figli e dei nostri cari.
E adesso vado a piangere in bagno pure io.

Europa sì, Europa no.

Europa sì, Europa no. Una disputa che sta allargandosi a macchia d’olio anche in Stati europeisti della prima ora come il nostro. Questa mattina a Radio Radicale hanno trasmesso un piccolo stralcio del Congresso di +Europa di Emma Bonino, che stanno celebrando in queste ore a Milano. Oggi per altro é previsto anche l’intervento del Sindaco Sala. Ebbene tra le voci intervenute un “eminente” ideologo del movimento federalista, ha richiamato De Gasperi, Spinelli, Foa, che nel primo dopoguerra furono i padri fondatori del progetto europeo, coloro i quali con Francia e Germania misero le basi (anche organizzative) dei futuri – e mai realizzati – Stati Uniti d’Europa. Ma tutti coloro che applaudono e auspicano questa conclusione del cammino cinquantennale di integrazione del nostro continente, dimenticano una cosa molto importante. Nel dopoguerra l’Italia pur uscendo sconfitta dal conflitto bellico, era una “grande nazione”. Ci approcciavamo agli altri Stati europei da grande nazione e popolo orgoglioso. Avevamo una industria ai primi passi ma di eccellenza, soprattutto quella dei trasporti terrestri e marittimi, una manifattura di primaria importanza con lo stile italiano, il mondo agricolo ben organizzato e florente, una struttura di Stato efficiente dove il welfare funzionava davvero (specie sanità e assistenza) e dove tutto l’apparato statale messo in piedi nell’ante guerra, era di esempio al mondo.
Potevamo guardare gli altri Stati dall’alto in basso. Erano loro ad aver bisogno di noi. Ci invitarono anche nel patto “Ceca” (patto carbone e acciaio) il primo passo verso il trattato di Roma del 1957 pur non essendo produttori di carbone.
Davamo lustro all’eventuale accordo transnazionale.
Oggi al contrario, grazie ai nostri politici successivi, e alle disgraziate scelte di politica economica, siamo con la Grecia (altra eccellenza per cultura, storia e turismo) il fanalino d’Europa. Parlano di lasciarci al “nostro destino”, vorrebbero finire l’Europa che conta a quella transalpina. E siamo come quel cane che più si bastona e più si accuccia al padrone. Come possiamo fare i nomi di eccellenze del passato (quei padri fondatori) e invocare gli Stati Uniti di Europa o chiamare un partito “+Europa” se sono cambiate tutte – e sottolineo tutte – le premesse per una nostra fattiva partecipazione ?
Quando Francia e Germania stringono un “loro” patto di cooperazione e solidarietà, ha ancora ragione parlare di Europa Unita ????