12 giugno 1942

Sembra il titolo di un romanzo della seconda guerra mondiale.
Qualche testimonianza del secolo scorso che ha che fare con bombe, rifugi, suoni delle sirene, mitragliatrici.
E in effetti in questo giorno di qualche anno prima, quello della tua venuta al mondo, nasceva un’altra fanciulla molto importante.
“Venerdì 12 giugno ero già sveglia alle sei : e si capisce, era il mio compleanno ! Ma alle sei non mi era consentito d’alzarmi, e così dovetti frenare la mia curiosità fino alle sei e tre quarti. Allora non potei più tenermi e andai in camera da pranzo, dove Moortje, il gatto, mi diede il benvenuto.”
L’ho scoperto soltanto oggi cara Armandina, che nascesti esattamente 13 anni dopo Anna Frank.
Perché inizia così il racconto di sé stessa, su un piccolo diario con la copertina di tela a scacchi bianchi e rossi, ricevuto in regalo dal papà.
Sembra davvero un’altra epoca.
E proprio oggi, dopo appunto un’altra epoca, avresti compiuto 80 anni.
Uso il condizionale perché nel 2014 abbandonasti questa terra per ricongiungerti a Papà, ai miei nonni a tutti i tuoi cari.
A soli 72 anni ancora da compiere, decidesti di vegliarci dal cielo, come un angelo custode.
Certo che il 1942, è un anno proprio lontano e strano.
Lo ricordavo bene, anche agli esami di licenza elementare, perché era la data anagrammata della scoperta dell’America : 1492.
In quell’anno avvennero grandi eventi, la battaglia di Midway, la nascita del nostro codice civile, la costituzione del partito d’azione, il primo scudetto della Roma, il Brasile che ci dichiarò guerra, l’inizio del 20°anno dell’era fascista, la prima reazione nucleare della storia.
E in quel di Roma nasceva Armanda, una ragazza esile, con un nome maschile “femminilizzato”, perché come primogenito si sarebbe preferito un maschietto.
Una ragazza forte, anche se fortemente miope, con le acconciature di Mina, il neo finto da ragazza, le gonne strette e il fidanzato (poi marito), bullo e macho, come sognavi al cinema, con Salvatori e Maurizio Arena.
Oggi al tuo 80°, magari tutta bianca e zoppicante, avresti conosciuto i tuoi pronipotini, Lorenzo ed Eleonora, e sicuramente avremmo fatto una bella festa, magari al fresco, in collina come amavi tanto.
Buon Compleanno Mamma, e non ti dico come fanno tutti oggi : “ovunque tu sia!”, perché io lo so benissimo dove trovarti : con il tuo braccio sulla mia spalla destra. Sempre!!!
Tanti, sinceri auguri.

Tanti Auguri al mio piccolo Hulk !

Auguri piccolino.
Un’altra candelina da spengere insieme.
E nonno Vittorio ci sarà sempre, anche quando sarai grande e magari lontano per lavoro o “super impegnato” nella tua vita.
Sposato e con tanti miei pronipoti vicino.
Perché con te la vigilia di Natale, ha un tutto altro sapore, è veramente un giorno di Rinascita, di Speranza e di Amore.
Oggi sono soltanto 4 e non occorre un soffio particolarmente forte per spengere tutte le candeline, ma ti saremo ugualmente vicini, compresa Nonna Yaya, per applaudire in quel preciso momento che la tua bella faccetta ingenua e sorridente, si mostrerà come a dire : “Visto come sono stato bravo ?”.
Qualcuno si chiederà: perché sei il mio piccolo Hulk e così ho intitolato questo post sul mio blog ?
Perché è il tuo personaggio preferito, di cui fin da piccolissimo hai voluto ti regalassimo ogni cosa : mascherina, guanti, costume … e poi perché hai tanta, tanta, tantissima forza, ringraziando Dio.
Sei un bambino bellissimo e buono, ed hai la particolarità di non scontentare nessuno, perché somigli un pò a tutti noi, di ciascuno hai preso qualcosa, e naturalmente il meglio.
Gli occhi e il sorriso di Papà Claudio e nonno Riccardo, la bocca e le manine di Mamma Vanessa, l’ovale e i capelli di nonna Fabiola, la grande simpatia di nonna Anna e il “capoccione” mio, con la stessa grandezza, tenacia e prontezza.
Quando sono con te e vedo costanti i miglioramenti e i progressi che fai, nell’espressione, nel disegno, nel pensare e ricordare, capisco che come l’alberello di limone che ho in giardino e che ti ho dedicato, anche tu cresci e prosperi in base all’acqua e alle cure che ricevi.
Sei la nostra piantina preferita, da proteggere dal freddo e dal buio di questi ultimi anni.
Anni nei quali i bimbi non rappresentano più il futuro e il bene, anime libere da rispettare, ma soltanto soldatini da inquadrare e irregimentare, pecorelle da mettere al più presto nell’ovile del “tuttapposto”.
Possibili pensatori e coscienze autodeterminate che oggi danno fastidio.
Ma prima di importunare e creare problemi a te e alla tua piccola sorellina Ely, avranno a che fare con questo povero vecchietto, che stanotte ti stupirà ancora … travestito da Babbo Natale !
Ti bacio sulla fronte e dato che mentre scrivo questo messaggio, è notte fonda e tu starai ancora dormendo, ti auguro di sognare un bellissimo viaggio con me e nonna Fabiola al tuo fianco, nell’aereo della fantasia, diretto verso il mondo della gioia e della felicità.
Buon Compleanno piccolo omino verde.

Non si risponde più

Quando il sabato pomeriggio stavo dai nonni perché i miei genitori lavoravano al mercato, ed era la giornata “lunga” da fare una volta a settimana e alla vigilia delle feste importanti, mi ricordo che fare uno squillo o rispondere al telefono, era come andare ad un gala infernale.
Ci si preparava psicologicamente, si era in imbarazzo, mia zia piccola si schiariva la gola, mia nonna troppo emozionata e riservata, alzava la cornetta ma poi, declinava a favore di mio nonno, il “padrone” di casa.
Io non volevo proprio rispondere, perché ero troppo timido e avevo paura di impicciarmi con le parole.
Avere a che fare col telefono, era come andare in mondovisione, si faceva la conta con tanto di fuga da parte di alcuni membri della famiglia (sempre gli stessi).
I sordi poi si eclissavano proprio, accampando scuse più incredibili, come “bisogni continui” impossibili da trattenere.
A quei tempi, poi, parliamo di un “ordegno” alla bene e meglio.
Agli inizi era fissato al muro, come un quadro d’autore, e i corti o i nanetti della casa, dovevano prendere una sedia per rispondere, poi venne dotato di filo non molto lungo, e presa a muro, e fece bella mostra di sé sui tavolinetti della sala da pranzo (che poi fu battezzata “soggiorno”) sull’immancabile centrino della trisavola.
Occorreva bussare al muro della vicina per farsi liberare la linea, perché il più delle volte, erano abbonamenti “duplex”, ossia in comune con un’altra famiglia, per pagare meno, e l’apparecchio era gratuito, perché restava di proprietà della Sip (“Società Idroelettrica Piemontese”, che poi fu incaricata dell’esercizio delle telecomunicazioni), e se non pagavi le bollette, veniva il controllore dell’azienda e se lo portava via, o lo “lucchettava”.
Una delle vergogne più grandi di quei tempi.
Il microfono gracchiava, alterando tutte le voci, la linea traballava e spesso cadeva, la ruota in plastica per comporre il numero, era lentissima e se dovevi fare una interurbana, col numero e il prefisso, a quei tempi lunghissimi, pareva non finire più la corsa.
Non parliamo poi, proprio dell’interurbana, perché si entrava nel mitologico.
Erano telefonate che si raccontavano ai posteri.
Primo perché erano a tempo, “costavano assai” e occorreva essere velocissimi nei saluti e nei messaggi, autentici Ridolini delle comiche, e poi perché passavano per la centralinista dell’azienda, che faceva una specie di interrogatorio nazista : ” Chi chiama ? Perché ? Chi paga ? Da dove ?” etc.etc.
C’era un vero cerimoniale, ed anche il più buzzurro, al telefono, cercava di dare il meglio di sé, addirittura si metteva da parte il dialetto (che ancora abbondava), e ci si impegnava ad usare un italiano della “Crusca maccheronica”.
“Mi dichi, mi facci, non la capiscio, può ripetimi ?, non ci sento, la lascio…”
Il telefono era una cosa DA GRANDI.
Non si poteva usare a casaccio e occorreva chiedere sempre il permesso per usarlo, quasi fosse una porta spazio temporale.
Oggi invece anche alle elementari hanno il cellulare.
Più di uno, con tre o quattro schede differenti.
Le chiamate si fanno per tutti dai luoghi più disparati.
Si saltano i saluti, si parla il minimo, si grugnisce o barrisce e il più delle volte si annuisce in silenzio.
Perché il dialogo è finito da un pezzo … ora si è “Short message!”.
Anzi oggi si mandano addirittura icone e disegni, neanche si ruggisce più.
E il massimo del mimimo lo scopri nelle telefonate di servizio o di lavoro, dove passi ore e ore, a rispondere e ripetere indicazioni a voci registrate. “Dica SÌ per SÌ e NO per NO”, “Scandisce bene, lettera per lettera con nomi propri di città, e comuni di cose, animali e piante”.
Poi ci sono quelli che proprio non rispondono più.
No, in certi casi, non è che sono occupati, non gli va proprio di rispondere, sono scocciati !
Magari sono in smartworking a casa, immersi nella vasca a idromassaggio, e non vogliono uscire e mettersi accappatoio e ciabatte.
Non vogliono rispondere a uno che ha bisogno, che non è che fa una chiamata così tanto per fare, perché ha tempo da perdere, semplicemente si rompono le palle.
E allora il telefono squilla per ore o si mette il silenzioso.
La mia povera nonna Peppina, si girerebbe nella tomba a pensare … col “silenzioso” a quante paturnie e corse, si sarebbe risparmiata !

Punti fermi.

Capita di girarsi indietro con la mente e ricordare i punti fermi della nostra infanzia.
Ad esempio i negozi del nostro quartiere, dove trascorrevamo più tempo libero e che utilizzavamo come laboratori culturali e non solo.
Non necessariamente per acquistare qualcosa, a volte soltanto per sbirciare, per curiosare, per “cazzarare”, l’attività più appagante dei pomeriggi, dopo lo studio.
Il primo che mi viene in mente era una cartoleria, prima a due porte e in seguito a tre, che avevo proprio sotto casa.

L’insegna per me era un enigma : “Schiattone”.

Non sapevo se era il cognome del proprietario o qualche tipo di ninnolo o cartoncino particolare che vendeva.
Era una bottega a conduzione familiare, collocata strategicamente proprio di fianco al complesso scolastico della Quinto Ennio, dove potevi trovare di tutto : dalla merceria alla cartoleria, dalle cedole scolastiche ai libri usati, dai fumetti dei supereroi alle occasioni e ai ninnoli che acquistava e rivendeva al momento, a prezzi di realizzo.
Poi aveva le “pesche”, cartocci confezionati a 100 lire, nei quali a sorpresa infilava qualche regalino per i più piccoli.
Mi accompagnò per tutta la mia carriera scolastica, ed anche quando morì il proprietario, ancora giovane, la moglie e il figlio, poco più che adolescente, tennero aperto l’esercizio per anni, tanto da essere un punto fermo della via, per molto tempo ancora.
Lì dentro passavo molte ore a sfogliare libri e fumetti, a chiedere e contrattare prezzi, specie sull’usato, e sembrava di essere a casa, con tanti amici e nessuno che si spazientiva o ti metteva alla porta.

Poi ricordo Willy Marcella, in Via dei Salesiani, un negozio enorme, dove potevi trovare intere collezioni di fumetti, rarità e perle preziose, che facevano gola a tutti.

La padrona era una gigantesca odalisca, super truccata, Willy appunto, che dirigeva la baracca e credeva di essere sexy, a tal punto da tempestare le pareti con sue foto e pochi veli.
Su quella via, altra tappa obbligata, era quella della botteguccia sporca e disordinata di Nonno Dario.
Lui la chiamava la “Libreria” in realtà era un magazzino di libri, usati e non, aperto quando diceva lui, nel quale potevi trovare di tutto : dai gialli agli Harmony, dai fotoromanzi ai romanzi classici, dai fumetti ai “pacchi” di libri che sceglieva lui e scontava quasi a zero.
Ricordo poi la ferramenta di Peppe, davanti la Damiano Chiesa.
Una bottega dove trovavi tutto per bricolage, modellismo e pulizia della casa.

Lui era un personaggio romanesco, alla Gasmann, e trovava sempre il modo di adattare viti, bulloni, e materiali che aveva, a quelli che venivano richiesti. Non andavi mai via senza acquisti, perché aveva sempre la lampadina della scoperta e dell’invenzione pronta.
Poi c’era Rossana, l’unica ancora aperta sulla Tuscolana, dove i miei nonni acquistavano il vino “sfuso”.
Ora è una elegante enoteca, ma quando ero piccolo, vendeva vino e olio nei boccioni di vetro da 2 litri, che si portavano i clienti da casa, incartati nel giornale.
Una menzione particolare infine la merita il magazzino di Cossuto,  all’Appio Claudio, dove in un reparto apposito, potevi trovare tutte le novità discografiche del momento, e dove acquistai il 90% della mia bella collezione in vinile. Tappa che alternavamo a Sound City, sulla Tuscolana, dove arrivavano le primizie americane.
Punti fermi della mia infanzia, dove il tempo si fermava, dove si parlava, si scambiavano idee e pareri, si era felici con poco.
Ci si aiutava se non si arrivava al costo.
Non c’erano mascherine, ci si ammucchiava, ci si tossiva in faccia nei raffreddori invernali, si viveva … semplicemente.
Bei tempi.

Benvenuta Eleonora !

Come una pacchiarotta e con un anticipo di dieci minuti … pardon dieci giorni, come si conviene ad una vera donna d’affari, pronta all’appuntamento con la vita, è venuta al mondo mia nipote Eleonora. Alle ore 13.40, la cicogna ci ha consegnato un batuffolo rosa di chilogrammi 3.40, un’altezza di cm 49, ed una circonferenza cranica di cm 34.5.
In un periodo in cui la mia famiglia non si è fatta mancare nulla, nel dindolò di una esistenza bella e piena, il buon Dio ci ha premiato con una bambina bellissima e capellona, coi lineamenti dolci e sereni.
Lo stesso sguardo di mia figlia e le stesse manine affusolate di mio genero.
È stata più forte e desiderata della paura che ci sta opprimendo e di tutte le riserve mentali che stanno affossando noi adulti. Io mi sento Nonno bis, nonno la rivincita, nonno emozionato e nonno che non molla.
Perché la vita non ammette mezze misure, o si è dentro o si è fuori.
E per i miei nipoti, fintanto che lassù, dove “qualcuno mi ama”, mi darà un alito di vita, ci sarò sempre.
Non dovranno far altro che chiamare, anche senza voce, in cuor loro, e troveranno nonno Vittorio lì vicino.
A parlare ore ed ore, a giocare ed a sentire i loro segreti, a ridere insieme di tutto, a raccontare aneddoti strani, a raccogliere le loro confessioni, a mitigare i loro piccoli guai e ad esaltare i loro successi.
Saremo i tre moschettieri della fantasia, i tre porcellini della Disney, le tre scimmiette sagge.
Quelle scimmiette che insieme daranno sempre corpo al principio proverbiale del “non vedere il male, non sentire il male, non parlare del male”.
E i nostri nomi saranno Mizaru “lo scimpanzé che non vede il male”, Kikazaru, “quello che non sente il male” e infine Iwazaru, “quello che non parla del male”.
Perché a noi il male ci scivola (e ci scivolerà sempre) addosso, e la nostra buona stella ci muoverà sempre oculatamente sulla scacchiera della vita.
Anche a nostra insaputa.
Per questo, Lorenzo ed Eleonora … pronti a dare scacco al Re !!!