7 minuti

Non avrei mai immaginato da ragazzo, che da vecchio (forse è meglio dire da anziano), mi sarei ritrovato a commuovermi per un film che parla di diritti e libertà e che racconta di una battaglia sindacale. Un fatto realmente accaduto in Francia, ad Yssingeaux, tra il comitato delle lavoratrici di una fabbrica tessile e la proprietà francese che intendeva restringere le libertà che spettano di diritto sul posto di lavoro a causa della paura del licenziamento e della perdita del reddito di sostentamento. Michele Placido, attore e regista, con il remake del lavoro teatrale di Stefano Massimi, “7 minuti”, riesce a tratteggiare situazioni attualissime, dialoghi che stiamo facendo in questi giorni, traumi e sofferenze che sono ora sulla nostra pelle. La trama del film narra infatti, di questa azienda con oltre 300 dipendenti, la Varazzi tessuti, che viene acquisita da una multinazionale straniera. La nuova proprietà sembra intenzionata a non effettuare licenziamenti, ma chiede alle operaie del Consiglio di fabbrica, di firmare, anche per le loro colleghe, una particolare clausola che prevede la riduzione di 7 minuti della pausa pranzo. Una rinuncia apparentemente insignificante, che all’inizio vede tutte le sindacaliste molto favorevoli al sacrificio, con un voto collegiale, pressoché unanime. Ma che fin da subito, oppone la portavoce, l’anziana Bianca De Meo a tutte le altre, rendendola contraria e ostile a tutta la riunione. Lo sviluppo del dibattito fra le operaie porterà ognuna di essa a una fase di profonda riflessione, arrivando a metterle l’una contro l’altra, con scontri e dialoghi violenti e astiosi, fino a giungere ad un progressivo, quanto inaspettato, rifiuto della proposta. Seppur del 2016, questo film è drammaticamente, quanto, come detto, incredibilmente attuale. È moderno quando mostra la necessità di lavorare per lasciare inalterato il proprio status quo (che comunque schifiamo), quando mostra l’assoluta mancanza di alternative per la crisi economica, quando sottolinea l’invidia e l’odio sociale che cova anche tra amici e colleghi, ma soprattutto quando sottolinea la paura, il terrore vero, che stiamo vivendo nel dopo pandemia. E lo fa con l’intervento di Kidal, la lavoratrice di colore, che testimonia la sua paura, il terrore africano di certe zone subsahariane, dove non ci si preoccupa dello stipendio o delle cose che si possiedono e che si possono perdere dall’oggi al domani, ma della propria salvezza, della propria vita. E allora, coi brividi a pelle, ho ripensato a quella frase che giorni fa, presa da Facebook, ho inserito in un mio precedente post : “Si arriva a un certo punto, dove si deve scegliere tra la borsa e la vita!”. E anche noi presumibilmente in questo Nuovo Ordine dovremo scegliere, quello che intimava il bandito o il cattivo, nei film western della nostra infanzia : la “borsa”, e quindi una continua, quanto progressiva diminuzione di diritti e delle libertà per il ricatto del posto di lavoro (che comunque sarà sempre meno tutelato), oppure la vita anche da zero, o comunque ridotta dei privilegi che abbiamo oggi, ma moralmente eticamente e psicologicamente più  gratificante. Scelta durissima e che di certo per moltissimi (quel famoso 97%), neanche si pone, né si porrà mai  !!!

Germania souvenir


Guido Capelli, docente universitario all’Orientale di Napoli di Letteratura Italiana, in una lezione all’aperto agli studenti senza certificato verde, seduti per terra nella Galleria Principe, due giorni fa, sulla vaccinazione denunciava :
«Si parla di obbligatorietà, obbligatorietà. Per fame si può cedere all’obbligatorietà. Ma quando c’è un potere che sta dicendo che un figlio minorenne può andare a vaccinarsi, cioè a sottoporsi a un trattamento sperimentale obbligatorio, da solo ed anche contro la volontà dei genitori, come faccio a non ricordare che i gerarchi nazisti, chiedevano la delazione ai figli dei padri? Come faccio a non ricordare la scena di Orwell il cui padre dice di essere stato denunciato dai figli? Come faccio?».
Anche il consigliere dell’Ente Teatro di Messina, l’intellettuale e storico Nino Principato, dopo i suoi commenti sul Festival di Sanremo e Achille Lauro, che suscitarono l’indignata reazione dell’Arcigay e della comunità Lgbt, in questi giorni ha postato su Facebook, la frase “Green Kass degli anni ’40 del 900 : La storia si ripete” con un’immagine del lasciapassare nazista, paragonato all’attuale “green pass”.
E su Facebook gira da mesi un triste raffronto, tra il nullaosta nazista per il libero spostamento degli “ariani” nei territori del Reich e il passaporto verde sanitario.
Indubbiamente la storia si sta ripetendo e ciò che sgomenta non é il fatto in sé, quanto constatare quanti sono coloro che non se ne stanno rendendo conto, o meglio che applaudono all’iniziativa.
Dopo tutto anche il medievale “jus primae noctis” a qualcuno sembrò normale a quei tempi, visto che sopravvisse per oltre duecento anni.
Le parole “no green pass” e “no vax” sono divenute il bastone o la clava, che servono a banalizzare, a marginalizzare, a bestializzare le opinioni contrarie.
Non si dovrebbe concedere al potere politico, in modo indiscriminato, l’accesso al corpo e ai diritti individuali.
Tutto questo dimostra che «Siamo di fronte a un problema di Stato di diritto e di tenuta democratica», come ha precisato il docente napoletano e che il problema sanitario, quando si obbliga il Green Pass anche ai venditori ambulanti dentro i mercati all’aperto … non c’entra nulla.