25 settembre.

Eccolo il mio compleanno.
Stavolta di sabato e sono 58 pippi.
Per fortuna stavolta, sto bello tranquillo a casa mia, coi miei cari.
Un pranzo tra noi, alla buona, con pensieri carini, tante foto e abbracci con Fabiola, mia figlia Vanessa e la sua bella famigliola.
La fortuna di avere vicino ancora i miei suoceri Anna e Mario (che l’altro ieri in pizzeria ha spento la sua 91° candelina), i giochi in giardino con mio nipote Lorenzo, i sorrisi innocenti della piccola Eleonora, che festeggia con me il suo quarto mesiversario.
Sembra banale, ma credetemi non è così.
La “normalità” che a volte viene grossolanamente equivocata con la “banalità” è al contrario una condizione paradisiaca, una “bolla” di karma positivo, che mio genero Claudio, immagina chiusa intorno al nostro piccolo nucleo familiare.
Uno stare bene interno, che sentiamo nel cuore, che é solo nostro e che vogliamo condividere con chi ci ama davvero e a chi vogliamo bene da una vita.
Non mi occorre il viaggio intercontinentale o la crociera di Love Boat, non mi servono gli Auguri di Vip o personaggi importanti, non necessito di regali o premi, non c’è vincita che mi possa smuovere da dove sono, dalla mia bolla.
Mi cibo solo di tranquillità, di salute mia e dei miei cari, di sole, di aria e di libertà.
Se poi a tutto questo ci metti pure un bel piatto di spaghetti allo scoglio, un’oratina fresca di giornata ed una bella fetta di crostata al limone, ringrazi Dio e fai cin cin con tutti.
Tanti Auguri Vito.

La costanza italica.

I latini dicevano “Gutta cavat lapidem”, ovvero “la goccia scava la pietra”, e intendevano dire che con 3 virtù come “pazienza, perseveranza e tenacia”, è possibile raggiungere anche i risultati che a prima vista sembrerebbero impossibili.
Thomas Edison, altro fautore della tenacia, soleva dire che ”molti fallimenti nella vita, sono di persone, che non si rendono conto di quanto fossero vicine al successo quando hanno rinunciato !“.
Ecco l’italiano per sua natura è poco paziente, poco perseverante e per nulla tenace.
Abbiamo perso guerre, rinunciato a colonie e siamo diventati lo zimbello mondiale, per aver sempre avuto problemi di tenuta e aver infranto, dopo poco tempo, ordini e disposizioni. Di qualsiasi genere.
Non siamo come gli alleati teutonici, che hanno preferito resistere fino alla distruzione completa di Berlino.
Noi dopo il primo “buumm”, abbiamo sempre tirato su la bandiera di resa.
Ma non solo per codardia, moltissimo per esserci stufati delle difficoltà, esauriti dall’applicazione.
Ieri sera, alla festa dei 18 anni di mia nipote, dopo un approccio serioso e tedesco, quando all’ingresso veniva richiesto a tutti di mostrare il famoso “passaporto verde”, ho notato che passata la scrematura iniziale, chi era al controllo, era andato a fare le crepes con la cioccolata. Con il risultato che a quel punto potevano entrare porci e cani.
Anche nei ristoranti dove il divieto di mangiare dentro è già molto violato oggi, con i tavoli fuori e col bel tempo … figurarsi quando pioverà, al gelo d’inverno, e si rischierà di avere il locale semivuoto, ad eccezione soltanto dei diligenti vaccinati.
O perché molti tentennano già alla seconda dose, figurarsi dalla terza in poi.
Ecco perché stanno accelerando, perchè si rischia di vedere un film già visto.
Con norme, prescrizioni, sanzioni e vessazioni, del tutto inapplicate, perché chi dovrebbe rispettarle o vigilarne il rispetto, si è già rotto le palle.
Al Governo lo sanno che se si allungano troppo i tempi, si scopre l’inganno e qualcuno potrebbe chiedergli il conto (salatissimo),di questo lungo periodo di non lavoro, infezioni e morti a gogò.
Pertanto anche se “Mala tempora currunt – corrono brutti tempi”, come dicevano i latini, è anche vero che “Omnia fert aetas – il tempo porta via tutte le cose” come scrisse il sommo Virgilio nelle sue Bucoliche.

Resoconto di un’estate.

Un estate calda, sotto tutti i punti di vista, con l’anticiclone delle Azzorre “perso” in qualche punto dell’Oceano Atlantico e con “Lucifero”, quello Africano, protagonista assoluto, con ondate di calore e afa sempre più soffocanti, specie al Sud dove si boccheggiava pure in spiaggia.
Una estate coi suoi tormentoni musicali, come tutti gli anni, con Loca, Pistolero, Movimento lento, Malibù, Boca, Cinema e … Mille della rediviva Orietta Berti, con Lauro e Fedez.
Siamo tornati al ristorante, con tutti i limiti della circostanza, e abbiamo assistito alla stentata ripresa di qualche attività commerciale, a differenza dell’estate precedente, quella del 2020, che fu preceduta da 70 giorni di lockdown assoluto e che non partì proprio.
Perché questa è stata anche “l’estate in sicurezza”, quella dei peraccini a gogò.
Al mare, ai monti, in camper, nelle discoteche, ai mercati, ovunque ci si trovasse per gioco, vacanza o per lavoro.
C’è stata pure la parentesi “ridanciola e spensierata” degli Europei di calcio e delle Olimpiadi giapponesi, in cui ci hanno fatto vincere tutto il possibile, eppoi con una delle più classiche inversioni a “U”, siamo tornati col morto sulle spalle, perché anche in questi tre mesi, di giugno, luglio e agosto, in spiaggia, in montagna e in tutte le case italiane, l’argomento principe è stato sempre e solo il Covid, tirato a lucido e rampante, con la sua nuova variante Delta ; su come non prenderselo, su come non trasmetterlo, su come non schiattare ma, e soprattutto, su quale intruglio era meglio farsi iniettare, perché superiore (o meno nocivo) degli altri.
Con tanto di prenotazioni e disdette, fino a conquistarsi il cocktail preferito.
Ma ricorderemo questa estate anche per il passaporto verde.
Il certificato cartaceo o digitale, che ha diviso (e continua a dividere) in due, gli oltre 60 milioni di pecorelle e abbacchi nostrani.
Per il momento è green, verde, ma andando avanti nelle punturine al deltoide, non è detto che cambi colore in base al percorso e ai buchi ricevuti e certificati.
Come le cinture dello judo.
Per cui ci saranno passaporti bianchi, gialli, arancioni, verdi, blu, marroni, fino ad arrivare a quelli “neri” per i maestri-zombie della siringa.
Quelli che avranno mutato in ragione della scienza il proprio Dna, l’Rna, i globuli rossi, i bianchi, e chi più ne ha, più ne metta.
Viva l’estate, Viva il mare, Viva la montagna … ma al prossimo Ferragosto … ci saremo ????

Punti fermi.

Capita di girarsi indietro con la mente e ricordare i punti fermi della nostra infanzia.
Ad esempio i negozi del nostro quartiere, dove trascorrevamo più tempo libero e che utilizzavamo come laboratori culturali e non solo.
Non necessariamente per acquistare qualcosa, a volte soltanto per sbirciare, per curiosare, per “cazzarare”, l’attività più appagante dei pomeriggi, dopo lo studio.
Il primo che mi viene in mente era una cartoleria, prima a due porte e in seguito a tre, che avevo proprio sotto casa.

L’insegna per me era un enigma : “Schiattone”.

Non sapevo se era il cognome del proprietario o qualche tipo di ninnolo o cartoncino particolare che vendeva.
Era una bottega a conduzione familiare, collocata strategicamente proprio di fianco al complesso scolastico della Quinto Ennio, dove potevi trovare di tutto : dalla merceria alla cartoleria, dalle cedole scolastiche ai libri usati, dai fumetti dei supereroi alle occasioni e ai ninnoli che acquistava e rivendeva al momento, a prezzi di realizzo.
Poi aveva le “pesche”, cartocci confezionati a 100 lire, nei quali a sorpresa infilava qualche regalino per i più piccoli.
Mi accompagnò per tutta la mia carriera scolastica, ed anche quando morì il proprietario, ancora giovane, la moglie e il figlio, poco più che adolescente, tennero aperto l’esercizio per anni, tanto da essere un punto fermo della via, per molto tempo ancora.
Lì dentro passavo molte ore a sfogliare libri e fumetti, a chiedere e contrattare prezzi, specie sull’usato, e sembrava di essere a casa, con tanti amici e nessuno che si spazientiva o ti metteva alla porta.

Poi ricordo Willy Marcella, in Via dei Salesiani, un negozio enorme, dove potevi trovare intere collezioni di fumetti, rarità e perle preziose, che facevano gola a tutti.

La padrona era una gigantesca odalisca, super truccata, Willy appunto, che dirigeva la baracca e credeva di essere sexy, a tal punto da tempestare le pareti con sue foto e pochi veli.
Su quella via, altra tappa obbligata, era quella della botteguccia sporca e disordinata di Nonno Dario.
Lui la chiamava la “Libreria” in realtà era un magazzino di libri, usati e non, aperto quando diceva lui, nel quale potevi trovare di tutto : dai gialli agli Harmony, dai fotoromanzi ai romanzi classici, dai fumetti ai “pacchi” di libri che sceglieva lui e scontava quasi a zero.
Ricordo poi la ferramenta di Peppe, davanti la Damiano Chiesa.
Una bottega dove trovavi tutto per bricolage, modellismo e pulizia della casa.

Lui era un personaggio romanesco, alla Gasmann, e trovava sempre il modo di adattare viti, bulloni, e materiali che aveva, a quelli che venivano richiesti. Non andavi mai via senza acquisti, perché aveva sempre la lampadina della scoperta e dell’invenzione pronta.
Poi c’era Rossana, l’unica ancora aperta sulla Tuscolana, dove i miei nonni acquistavano il vino “sfuso”.
Ora è una elegante enoteca, ma quando ero piccolo, vendeva vino e olio nei boccioni di vetro da 2 litri, che si portavano i clienti da casa, incartati nel giornale.
Una menzione particolare infine la merita il magazzino di Cossuto,  all’Appio Claudio, dove in un reparto apposito, potevi trovare tutte le novità discografiche del momento, e dove acquistai il 90% della mia bella collezione in vinile. Tappa che alternavamo a Sound City, sulla Tuscolana, dove arrivavano le primizie americane.
Punti fermi della mia infanzia, dove il tempo si fermava, dove si parlava, si scambiavano idee e pareri, si era felici con poco.
Ci si aiutava se non si arrivava al costo.
Non c’erano mascherine, ci si ammucchiava, ci si tossiva in faccia nei raffreddori invernali, si viveva … semplicemente.
Bei tempi.

Il primo mare.

Certo che di tempo ne è passato da quando già nel mese di Aprile di ogni anno (o quasi), facevo il battesimo del mare col primo bagno.
Nel 2020 il mare non l’ho proprio visto, e quest’anno ho dovuto attendere fino al 26 agosto, per bagnarmi i piedi e fare la prima “calata” in quel di Minturno Marina.
Le cose cambiano.
Ma il mare col suo incessante vai e vieni, con la sua brezza profumata, il suo azzurro forte, che delinea l’orizzonte col cielo, è un regalo di Dio, che ci fa dimenticare pure i momenti bruttissimi che stiamo patendo.
In spiaggia per fortuna c’è la gente di sempre, senza museruola o amuchina, stretta e vicina sotto l’ombrellone come ai bei tempi, con le borse frigo della mia infanzia, quando ci passavamo il panino coi miei cugini e non ci pensavamo proprio alla polmonite interstiziale, o alla possibilità di scambiarci la febbre.
Anzi se uno si prendeva qualche cosa, orecchioni, morbillo, varicella, rosolia, diventava subito l’untore degli altri piccoletti : “Perché così passa subito!”.
La mia nipotina Eleonora di tre mesi dorme beata in carrozzina e si gode questo vento ricco di iodio, mentre mio nipote Lorenzo gioca a rincorrersi coi cavalloni, io scrivo e leggo, e il sole che inizia a nascondersi per i bambini, perché si avvicina settembre e il rientro a scuola, fa sempre piacere nei capolino che fa ogni tanto, tra i nuvoloni bianchi.
E ancora una volta penso che non potranno vincere loro, e che prima o poi arriveranno i “Nostri” con tanto di tromba squillante per la nostra carica. Dobbiamo crederci.
Perché l’uomo passa … il mare no!

Titone e Aurora

Nella mitologia greca, molto narrato era il mito di Titone, che venne anche ripreso anche dal divino Omero.
La narrazione parla di Eos o Aurora, la dea dell’alba, dalle rosee dita, che fu punita da Afrodite (la dea dell’Amore), ad innamorarsi continuamente oltre che di Dei, tra cui Ares, quello della Guerra, anche e soprattutto di uomini mortali.
E lei infatti, oltre a Cefalo, Orione e Ganimede, si innamorò di un eroe troiano, tale Titone.
Costui, figlio di Laomedonte e fratello di Priamo, essendo un comune mortale, la dea chiese a Giove di concedergli l’immortalità, ma si dimenticò di chiedere anche l’eterna giovinezza : perciò Titone invecchiava, invecchiava senza mai morire.
Passavano gli anni e mentre Aurora rimaneva splendida e giovane, Titone cominciava a manifestare i primi solchi sulla sua pelle, diventando sempre più decrepito e malconcio.
Eos, allora non volle più condividere il suo talamo con lui e disgustata lo rinchiuse in una grotta senza uscite, all’interno di un cestino di vimini, tanto si era rattrappito.
Morire per lui era una meta agognata, ma mai raggiunta, cercò infatti di uccidersi ripetutamente, ma la morte non lo portò mai via con sé. 
La storia termina con la trasformazione del povero Titone in una cicala, (animale simbolo di una vuota bellezza per gli antichi Greci) per mano della stessa Aurora.

Non sono un complottista, ma
a volte mi chiedo a cosa serva aspirare a tutti i costi all’immortalità fisica, al non voler mai lasciare questa Terra, sogno dei massoni illuminati, e perseguito con medicinali, pozioni e sortilegi satanici, dai cosiddetti membri dell’elite internazionale.
Si leggono infatti di esistenze illustri, come quella dei reali inglesi o di molti leader politici europei e statunitensi, molto vicine ai cento anni, seppur a costo di dolori, operazioni, rattoppi e botulini continui.
Un’eterna agonia … almeno per quanto riguarda l’estetica e la vera vita.
E nello stesso tempo una affannosa ricerca della bellezza, anche se vuota e solo esteriore, a prescindere dal tempo e dagli anni che corrono.
Autentici manichini truccati e tenuti su da pasticcaggi e alambicchi vari.
Ecco perché i Greci, da raffinati pensatori, trasformarono Titone in Cicala. 
Perché con l’immortalità ad ogni costo, occorre curare l’aspetto esteriore sempre più danneggiato dal tempo inesorabile … e la cicala rappresenta benissimo l’animale simbolo di questi ultimi tempi.
Uno spensierato cantare dall’albero fin dalla nascita, prima ancora di iniziare a mangiare e bere, avversa alla fatica della formica e dedita soltanto all’ozio e ai divertimenti dell’estate e delle belle giornate assolate.
Chissà se anche noi, come Titone, con tutti questi farmaci e punturine varie, avremo il dono da Zeus di non morire mai, a costo di diventare rattrappiti, annoiati e tristi ?
E soprattutto cattivi e perfidi, verso tutti gli altri, che potrebbero “rubarci” fonti e risorse, per continuare il nostro percorso infinito.
Perché se questo è il fine ultimo, io prego il buon Dio di darmi una vita anche breve, ma piena di buone azioni, ricordi, amori e affetti.
Questi ultimi sì … veramente infiniti!

Avanti o indietro ?

In verità non è un fenomeno degli ultimi mesi.
È da qualche anno che brancoliamo nelle previsioni massime di due o tre giorni.
È da tempo che analisti e storici non trovano più il bandolo della matassa, per trovare riscontri o fare progetti.
E anche io che mi sono sempre vantato di leggere il futuro con sufficiente precisione, vedo una nebbia fitta di interrogativi e puntini di sospensione.
A parte il Meteo che ci “becca” in modo ormai impressionante, facendo presupporre che qualcuno a questo punto, governi pure il clima, o per lo meno i cambiamenti a cui stiamo assistendo sempre più repentini, tutto il resto è su di un altalena che va e che ritorna, tra il dubbio e la certezza, il fare e il non fare, il dire e il tacere.
“Avanti o indietro ?”
Era il post che ho pubblicato qualche giorno fa su Facebook e mostra l’assoluta indecisione, la gravosa ambiguità e la massima indeterminatezza, che caratterizzano questo periodo della nostra vita.
Tutto è opinabile.
Rinviabile.
Annullabile.
Sospeso.
Ma per quanto tempo uno, può sospendere la propria vita ?
Per quanti mesi, a 50 e passa anni, si può evitare di pensare di aver perso il lavoro, che a breve ti licenzieranno, oppure che ti sfratteranno perché hai sospeso gli affitti, o infine che la banca o gli uffici finanziari a breve ti notificheranno tutti i debiti accumulati in questi ultimi anni ?
Perché le alternative non sono moltissime.
O ci sarà un gigantesco “colpo di spugna”, di cui usufruiranno tutti, anche i più disgraziati della Terra, oppure ci sarà una guerra tra chi chiede e chi nega.
È sempre stato così.
O ci si abbraccia o ci si combatte.
Non ci sono mezze misure, perché la giostra è durata anche troppo.
Oppure, e questa è la terza via che ascrivono ai complottisti, ci sarà un arbitro terzo, il cosiddetto NWO, che riscriverà le regole del gioco.
Ma sarà veramente un gioco del tutto nuovo !
Si ribalteranno tutte le strategie messe in campo finora.
Dovremo acquistare manuali, guide, dizionari, perché muteranno pure i termini e forse la stessa lingua parlata.
Forse non ci sarà più l’italiano, l’inglese o il francese, ma il nuovo idioma del 2030, la “newlanguage”.
Cambieranno i trasporti, le abitazioni, i lavori, le relazioni sociali, le religioni stesse.
Insomma tutto.
Non potremo mantenere nulla del mondo che conoscevamo e che ci dava tranquillità.
E tutto ciò ci farà chiedere sempre con maggiore veemenza : meglio adesso o prima ?

No al tempo sospeso

Oggi nell’attesa di conoscere l’esito di una visita della mia piccola nipotina Eleonora, ho riflettuto sul “tempo sospeso” e su quanto duole e fa male il tempo dell’incertezza.
Ci siamo trovati tutti nella situazione di dover attendere una notizia la cui risposta risultava molto importante per noi : l’esito di un esame diagnostico, la pronuncia di una sentenza, il risultato di un esame universitario, di un test o di un esame medico, di un colloquio di lavoro.
E sicuramente il nostro spirito sarà sempre combattuto, tra passare il tempo di attesa preoccupandoci o sperando per il meglio. 
Nella gestione dell’ansia, io per predisposizione naturale, sono portato, purtroppo (o per fortuna), ad incastrarmi in due meccanismi a seconda della situazione :
alla “ruminazione”, ovvero a pensare e ripensare al passato (cosa avrei potuto fare o dire differentemente per assicurarmi un esito positivo) ed alla “preoccupazione”, di cui fanno parte tutti i possibili pensieri negativi di previsione del futuro.
Quindi sono il classico cultore del bicchiere “mezzo vuoto”, pur riscontrando nella mia vita, di aver sempre assistito che alla fine della fiera, la mia zattera riprendeva sempre il corso della corrente positiva.
In realtà, non possiamo in alcun modo, cambiare il passato, né intervenire attivamente sul futuro in situazioni che sono al di là del nostro controllo.
E a poco, se non a nulla, tranne i miracoli (a cui credo), vale applicare modalità non razionali, come fare gli scongiuri o leggere gli oroscopi o ancora crociarsi o raccomandarsi al cielo, anche se alleviano il cuore.
Queste modalità non sono altro che resti del “pensiero magico”, una forma mentale tipica del funzionamento cognitivo infantile, per la quale mettiamo in pratica azioni o facciamo pensieri simbolici, che crediamo possano avere una qualche influenza sul mondo esterno e modificare gli eventi del futuro.
Da poco tempo ho realizzato infatti che, invece di soffermarmi sul passato o sul futuro, mi devo imporre di restare nel momento presente, che è anche l’unico reale, il cosiddetto “qui e ora” su cui si focalizza anche la cosiddetta meditazione Mindfulness.
Ossia invece di farmi rapire dai pensieri che mi portano in tempi e luoghi diversi dal presente, devo concentrarmi e mantenere la mia attenzione, all’esperienza del momento.
Questo mi sta aiutando a vivere le emozioni di questi anni come passeggere, a concepire i pensieri come diversi dalla realtà, e a mantenere un atteggiamento non giudicante sul mio vissuto.
Che reputo comunque speso bene.
Usare il meno possibile, la strategia che ho attuato finora, quella del “prepararmi al peggio” ed a riservarla alla fine del periodo di attesa, quando potrebbe effettivamente avere un’utilità, se mi dovessi confrontare davvero con una cattiva notizia, mi fa stare meglio e dormire di più la notte.
Essere naturalmente “mindful”, mi aiuta a mantenere un’attitudine più ottimistica, a preoccuparmi di meno della mia vita, e a percepirmi come più efficace nel “coping” o nel far fronte alla cose.
Qui e ora, senza tempo sospeso!

Mourinho, daje Roma, daje!

Solo pochi giorni fa lo “Special One”, aveva aperto ad un clamoroso ritorno in Italia, magari in una rivale della “sua” Inter, ovvero la squadra che aveva portato sul tetto d’Europa con lo storico triplete nel 2009-2010.
Detto, fatto, ecco che nel pomeriggio di oggi è arrivata l’ufficialità del suo approdo alla mia Roma, ovvero ad una delle sue vere antagoniste italiane, raccogliendo l’eredità del suo connazionale Fonseca, per la prossima stagione.
E che la Roma fosse nel destino del portoghese era segnato dall’origine e dai tanti duelli con i nerazzurri.
D’altronde il primo titolo conquistato nel Belpaese da parte di Mou, arrivò proprio contro i giallorossi, con la vittoria della Supercoppa Italiana, nel 2008. 
Poi nella stagione successiva, ci fu il duello serrato in campionato, con il trionfo dell’Inter “agevolato” dal celebre tracollo interno dei capitolini di Ranieri, contro la Samp di Cassano e Pazzini, con la sua tragica e indimenticabile doppietta. E a chiudere infine l’affermazione in Coppa Italia, con l’Inter che s’impose di misura proprio sulla Roma, in un Olimpico in lacrime.
Una stagione “horribilis” per i giallorossi e paradisiaca per i nerazzurri.
E José fu pure colui che ci umiliò in una conferenza stampa passata alla storia.
Era il 03 marzo 2009 e dopo un pirotecnico Inter-Roma 3-3, ci furono polemiche a non finire per un calcio di rigore dubbio conquistato e realizzato da Balotelli.
Spalletti, Totti, Bruno Conti e De Rossi, parlarono di vera e propria “rapina calcistica”, mentre la risposta di Mourinho, arrivò poche ore dopo, con parole diventate virali e rimaste a lungo nell’immaginario collettivo.
Un monologo passato alla storia, sulla prostituzione intellettuale dei giornalisti e dei media capitolini, con il riferimento finale agli “zeru tituli della Roma”, diventato indimenticabile.
Un allenatore contro tutti, capace di lanciare bordate anche contro il tandem scudettato di Milan e Juventus, sottolineando la disparità di trattamento ricevuta nel giudizio sugli episodi arbitrali.
José Mário dos Santos Mourinho Félix, giunge a Roma con 58 primavere sulle spalle, un licenziamento fresco, fresco, ad opera del Tottenham, ma un palmares eccezionale, con tutti i trofei continentali conquisti almeno una volta, su un totale di 17 vittorie su 25 finali, e scudetti nazionali in tutti le nazioni dove ha allenato : Portogallo, Spagna, Italia e Gran Bretagna.
Un solo e unico dubbio ora scuote il sogno ad occhi aperti dei tifosi romanisti, quali saranno i prossimi campioni giallorossi ?
Perché in campo non scende lui, e per un progetto vincente occorrono giocatori forti, giovani ma anche affermati e convinti campioni.
E i nostri cuginetti biancoazzurri già malignano … come potrà una società indebitata per oltre 500 milioni di euro, accontentare un allenatore soprannominato “Special One” (come lui stesso si era definito nel 2004 durante la conferenza stampa di presentazione al Chelsea) ?
Come potranno i lupacchiotti spendere e spandere, senza rischiare il fallimento, e in caso di nuovi “Zeru tituli”, riusciremo a vederli sparire dai radar calcistici internazionali ?
Ai posteri, sempre a loro, l’ardua sentenza.

Il guardiano di Budelli

Mauro Morandi, classe 1939, è il guardiano della piccola isola di Budelli, nell’arcipelago de La Maddalena. O meglio a breve anche lui sarà un “ex”, un nuovo disoccupato a spasso e senza casa. Una storia e una vita emozionante, che a 82 anni, lo costringe ora, per pastoie burocratiche, a dover lasciare la sua dimora nella baia della “Spiaggia Rosa” e a doversi cercare una casa in affitto sull’isola maggiore. Sfrattato come un abusivo qualsiasi. Tutto iniziò nel 1989, allorché con tre amici, che sognavano come lui la Polinesia, acquistarono un catamarano e raggiunsero l’isola sarda de La Maddalena, perché allora c’era molto traffico di turisti e volevano sfruttare il buon momento con un charter tra le isole. La loro situazione non era rosea : avevano debiti con le banche e dovevano a tutti i costi guadagnare un pò di soldi. Nulla di romantico dunque. Per altro uno dei tre, Federico, morì di ictus, in una notte d’agosto a soli 33 anni. Prima Mauro era un insegnante di educazione fisica, viveva a Modena e con lui fin dall’inizio, c’è sempre stata anche Silvana, la sua compagna, con la quale ha condiviso 40 anni di vita insieme (morta nel 2018). Dopo una chiacchierata e l’intenzione di tornare in continente, sostituì in quattro e quattr’otto il vecchio custode, tale Giorgio, che si era invaghito di una forestiera. Quindi si stabilì nella casa militare della seconda Guerra mondiale, che era stata un pò ristrutturata dal padrone di Budelli per stabilirci il vecchio custode dell’isola. Tutto qui. Nient’altro se non natura, mirto, mare e sole. I suoi compiti erano essenzialmente quelli di controllare che non scoppiassero incendi e che i turisti non entrassero nell’isola che ai quei tempi era privata, di una società italo svizzera che l’aveva acquistata per costruire un grande albergo. Con gli anni invece divenne una guida del posto, un personaggio che raccontava la solitudine, un uomo e una tempra di altri tempi specie nei ventosi inverni isolani. Dopo 32 anni, la scusa per sfrattarlo, è stata proprio la ristrutturazione della casetta militare e soprattutto l’eliminazione dell’amianto presente e le parti abusive (circa 20 metri quadrati) del manufatto. La solita buona azione che cela in realtà,  l’infamia e la cattiveria di chi decide per gli altri. E così andrà via, un altro testimone del mondo (bello) che fu, e che forse incontrammo pure noi, nell’unica volta che, ancora fidanzato con mia moglie, facemmo una gita proprio sull’isola dei sogni, che ancora ricordiamo con tanto amore, e che a quei tempi, era possibile frequentare e nelle cui acque cristalline ci si poteva bagnare al sole d’estate. Ciao Mauro, ti portiamo nel cuore !