Essere mamme oggi.

Mia nipote, la piccola Eleonora, lo ha capito da subito.
Cerca e vuole stare solo in braccio a mia figlia, anche in mezzo a centinaia di persone.
Uno potrebbe pensare, perché è piccola, ancora non cammina, non parla, e non può scegliere.
No !!!
È perché ha capito che in braccio alla madre è sicura che non gli accadrà nulla, ed avrà sempre il suo scudo naturale contro le avversità della vita.
Klimt, il pittore austriaco che immortalò mamma e figlia in un bellissimo dipinto del 1905, che in realtà celebra le tre età della donna: l’infanzia, la maturità e la vecchiaia, raffigura un abbraccio fra la donna e la bambina, che ha sempre colpito per la sua tenerezza diventando uno dei simboli artistici del rapporto mamma-figlio.
Una blogger che seguo e che di tanto in tanto pubblica propri pensieri o versi poetici, Daniela Domenici, a proposito di questo rapporto scrive questa mattina :
“Essere mamma :
un’ardua responsabilità
ma anche un dono divino
di cui essere grate,
ci sono momenti bui,
è inevitabile,
ma le gioie sono maggiori :
parola di mamma felice!”
Ecco, essere mamme di questi tempi è davvero una grandissima responsabilità, paragonabile ad esserlo in tempo di guerra, perché sono talmente tanti i pericoli e le potenziali difficoltà, che scegliere di mettere al mondo una creatura non è da tutti.
Sicuramente non lo è da parte di chi non conosce il sacrificio e di chi antepone sé stessa a tutto il resto : manager, donne di successo, vip o celebrità, tutto, fuorché una madre, ossia una “predestinata”.
Perché essere mamme é un bene del cielo, che stanno cercando di toglierci in ogni modo : coi peraccini obbligati, con politiche sessuali criminali, con inviti allo svago e alla completa assenza di tribolazioni.
Invece la mamma, come ho scritto all’inizio è lo scudo, il nostro riparo dai nubifragi della vita.
Mia suocera Anna, pur essendo di Cosenza, è solita ripetere il detto campano : “Chi tene mamma nun chiagne !” a sottolineare il grandissimo amore che aveva per la sua mamma, morta ancora molto giovane e che aveva assistito per tutti i mesi della sua malattia, e quanto si sentiva indifesa per la sua repentina assenza. Auguro quindi a tutte le mamme di essere sempre vicine ai loro figli e a questi ultimi, di essere buoni, educati e con una memoria tale da permettere loro di ricordare tutti degli eventi vissuti nella propria esistenza, insieme alla mamma.
Sicuramente ne conteranno a milioni e tutti delicati, sensibili e sorridenti, perché il cordone psicologico e di amore tra madre e figlio, di certo non lo spezza il ginecologo alla nascita !!!
W le mamme.

Oggi “dobbiamo” essere felici !

L’Assemblea generale dell’ONU, il 28 giugno 2012, stabilì con la risoluzione A/RES/66/281, che il 20 marzo di ogni anno, tutti i suoi Stati membri, e parliamo quindi di tutto il mondo, a partire dell’anno successivo il 2013, festeggiassero la “Giornata Internazionale della Felicità” in maniera appropriata, anche attraverso attività educative e di crescita della consapevolezza pubblica.
Quindi 10 anni fa, si iniziò faticosamente, ma molto meticolosamente, a creare quella narrazione di obblighi e doveri, celati da buonismo e altruismo.
La felicità veniva ad essere istituzionalizzata e quindi di fatto autorizzata.
Si passava dall’essere felici … al dover essere felici !
E il bello è che una massa di idioti oggi farà quello che viene richiesto loro.
Magari esibendo bandiere particolari, mettendosi nastrini o fasce di colori per l’occasione, festeggiando una cosa banalissima e vecchia come il cucco, e mostrandosi in modo “caricaturale” più felice di altri giorni.
Perché il teatrino impone oggi, 20 marzo, di ricordare di essere felici.
Da una parte fanno bene.
Perché di questi tempi abbozzare un sorriso o farsi una bella risata, è diventato quasi impossibile, ma dall’altra mostrano con assoluta crudeltà, che il piano va avanti da anni e che al termine “felicità”, dall’inizio della psico-pandemia, abbiamo soltanto sostituito quello di “resilienza”.
Sono esperti di marketing e pubblicità e sanno perfettamente come farci aprire la bocca per il veleno quotidiano.

P.S. Mi raccomando di ridere, ridere, ridere a crepapelle se qualcuno dovesse essere intervistato nei Tg odierni, da qualche parassita con microfono e telecamera.

Festa dei Papà

Siamo a metà marzo, più o meno, e come ogni anno si festeggia San Giuseppe, il primo papà famoso della storia.
Un papà sui generis, un primordiale padre “surrogato”, come definiamo oggi, le figure maschili che forniscono alla mamma biologica, misure di assistenza, amore, orientamento, disciplina, sostegno finanziario o compagnia paterna, pur non avendo concepito personalmente il bimbo.
Si tratta di una festa, istituita nel 1871, dalla Chiesa cattolica, che decise di proclamare Giuseppe, a protettore della paternità. In Italia il 19 marzo è stato giorno festivo fino al 1977, anno in cui è stato abolito, rimanendo una ricorrenza civile e lavorativa.
Ed io ancora ricordo i lavoretti che si facevano a scuola con cartoncini e nastrini vari e che si consegnavamo a pranzo come le letterine di Natale.
Al contrario, in Svizzera e nella cattolicissima Spagna, è ancora considerata una giornata di festa a tutti gli effetti e i papà riposano in casa.
Mia figlia Vanessa, oggi mi ha commosso, perché con tanti pensieri, grandi e piccoli che ha, per lavorare e accudire la sua famiglia, compresi i miei due nipotini “terribili”, è riuscita a trovare per me e mia moglie, due biglietti per il concerto di Venditti e De Gregori in data unica a Roma nel prossimo mese di giugno.
Un pensiero gentile e ricco di revival per noi quasi sessantenni.
In questo giorno poi, mi sto rendendo conto che il tempo che sto passando con mia figlia da tre anni a questa parte, è più di quanto non abbia trascorso nei suoi trenta e passa anni di vita.
Un bellissimo impiego della mia esistenza.
Essere utili ai propri piccoli – perché per noi restano così per sempre – senza essere troppo presi dal proprio tram tram e allontanati da essi, è una cosa bella come il sole di questo anticipo di primavera.
Non c’è nulla di più prezioso di parlare, confrontarsi, discutere e guidare i propri figli … perché la vita, la vera vita, non la fanno l’auto nuova fiammante o la vacanza al sole delle Seychelles, ma un loro sorriso, una loro carezza o anche una loro lacrima, condivisa, vissuta e versata insieme.

8 Marzo di guerra

A tutte le donne morte nelle corsie d’ospedale intubate,
A tutte le donne malate e non curate,
A tutte le donne lasciate sole nelle RSA, senza l’affetto dei loro cari,
A tutte le donne cremate perché era meglio così,
A tutte le donne sospese dal lavoro,
A tutte le donne che non hanno più un lavoro,
A tutte le donne che sono rimaste sole e abbandonate e invece #nessunosaràlasciatoindietro,

A tutte quelle che accudiscono i loro genitori anziani come fossero figli,

A tutte le donne che sono dovute fuggire, profughe in paesi stranieri,
A tutte le donne che hanno scelto di restare,
A tutte quelle che hanno perso un figlio,
A quelle che hanno perso la casa e i luoghi amati da sempre,
A tutta l’ipocrisia delle altre donne che “bene io, bene tutti”,

A tutte queste donne … Auguri per questo 8 marzo di guerra !!!

Il Battezzo.

Oggi è toccato a mia nipote Ely.
Lei tutta elegantissima in un completino bianco di pizzo, con le scarpette da ballerina lucide nere, che erano di mia figlia Vanessa, ed una abbronzatura ancora smagliante.
Noi, io e mia moglie, trafelati in Chiesa alle 16.55, col sacerdote a farci la ramanzina, nonostante fossimo pure in anticipo e con il resto dei parenti che sono arrivati al gong di chiusura cerimonia.
Perché col nuovo corso di Bergoglio è tutto un velocissimo proforma.
Una autentica toccata e fuga.
Col sacerdote a debita distanza, le mani inguantate di lattice, tutti con le mascherine sul naso e col diacono che stava attento al distanziamento dei pochissimi parenti presenti, una cerimonia scarna ed essenziale che più che un Battesimo, sembrava di essere entrati alla dimostrazione dell’ultimo modello del Folletto, in una corsia d’ospedale.
Ho pensato a quei poveracci che si sposano in questo periodo, alla loro cerimonia lampo e al book fotografico, coi parenti “mascherinati”, che a distanza di tempo nessuno riconoscerà più, come Fabris a Compagni di Scuola di Verdone.
Fortuna che poi la Festa è stata allegra, spensierata, bella e partecipata, con tanti amici e parenti. Dove rustici, pizzette, casarecce al pesto, vitello tonnato e pasticcini vari hanno guadagnato il proscenio al posto dei soliti discorsi sanitari di questo periodo.
Tutti nel mio giardino attrezzato e addobbato per l’occasione, con festoni, palloncini, tavolini imbanditi con ogni ben di Dio (da “Dolce e Salato”), e per finire una bella sessione di karaoke, dove hanno cantato tutti i volontari (o come al solito) i coatti dai prori familiari.
Proprio una bella festa, con un tempo bellissimo, dopo un venerdì 17 settembre che ha fatto esplodere i chiusini di Roma ed allagato alcune fermate della Metro (come sempre), per la pioggia incessante.
La mia fidanzata piccola lo meritava davvero, e mia figlia ha fatto bene a forzare i tempi e a stabilire la data. A prescindere.
“Cosa fatta, capo ha !”
Quindi tanti, tanti sinceri Auguri Eleonora, e citando il bigliettino di mia moglie …

“La più brillante tra le stelle, soffice e candida come la neve, forte e robusta come una quercia.
In ricordo di un giorno specialissimo, perché speciali sono tutti i giorni da quando sei venuta al mondo, infiniti auguri per il tuo Battesimo, con Amore immenso i nonni Vittorio e Fabiola. “

8 marzo. Auguri alle donne.

Dal 1946 in Italia, per iniziativa della parlamentare Teresa Mattei, partigiana del Fronte della Gioventù, viene offerto alle donne, un rametto fiorito di mimosa nella giornata dell’8 marzo.
Un altro padre costituente, il comunista Luigi Longo, chiese se sarebbe stato opportuno scegliere le violette, come in Francia, per celebrare quel giorno; ma la Mattei gli suggerì la mimosa, un fiore più povero e diffuso nelle nostre campagne.
Il nome di “mimosa”, è usato anche per l’omonima torta che si usa preparare nella stessa data.
È una pianta originaria della Tasmania, in Australia. Per le sue meravigliose caratteristiche come pianta ornamentale, ha avuto un facile sviluppo anche in Europa dove a tutt’oggi prospera quasi spontanea.
In Italia è molto sviluppata lungo la Riviera ligure, in Toscana, in Sicilia, e in tutto il meridione, ma anche sulle coste dei laghi del nord.
La capacità di fiorire anche in terreni difficili, viene associata alla storia femminile e quindi alla resistenza delle donne, capaci di rialzarsi dopo ogni difficoltà.
Concita De Gregorio, invece, associa questa giornata e il fiore che la caratterizza, al dolore che le donne, a differenza degli uomini, hanno connaturato per proseguire la genia umana e per tutti i pensieri dei figli e della famiglia.
Io possedevo un bell’albero di mimosa, che avevo acquistato in un vivaio.
Poco più grande di una pianta di geranio, era diventato un tronco grande e ricco di fiorellini gialli, che ogni anno coloravano il tavolo della colazione.
Un brutto giorno, senza nessuna avvisaglia, dopo un periodo di freddo intenso, l’ho trovato giù, caduto rovinosamente a terra. E l’ho dovuto smaltire.
Perché ho saputo che la mimosa, al pari del pino marittimo, è un’altra pianta superficiale, che non sviluppa radici profonde, e sicuramente non proporzionate al suo sviluppo fogliare.
E che molto spesso viene attaccata da funghi e parassiti naturali.
Verrebbe da dire “tanto grande, quanto debole e fragile”.
Ed ho pensato alle donne della mia vita, mia moglie e mia figlia, che pur forti e grandi e con tante foglie, come la mia mimosa in giardino, a volte sono deboli e fragili, e bisognose di una parola di conforto, una irrorata alle radici di Amore con la “A” maiuscola, dell’acqua della comprensione e del concime della pazienza.
Ecco, quello che consiglio a tutti i maschietti, è di curare giorno per giorno la loro “donna-mimosa”, e non rischiare che venga giù, in un freddo mattino di inverno, in giorni ed episodi come ce ne sono tanti nella vita di ognuno.
Perché non basta il rametto di mimosa … ci vuole ben altro !!!