Il Battezzo.

Oggi è toccato a mia nipote Ely.
Lei tutta elegantissima in un completino bianco di pizzo, con le scarpette da ballerina lucide nere, che erano di mia figlia Vanessa, ed una abbronzatura ancora smagliante.
Noi, io e mia moglie, trafelati in Chiesa alle 16.55, col sacerdote a farci la ramanzina, nonostante fossimo pure in anticipo e con il resto dei parenti che sono arrivati al gong di chiusura cerimonia.
Perché col nuovo corso di Bergoglio è tutto un velocissimo proforma.
Una autentica toccata e fuga.
Col sacerdote a debita distanza, le mani inguantate di lattice, tutti con le mascherine sul naso e col diacono che stava attento al distanziamento dei pochissimi parenti presenti, una cerimonia scarna ed essenziale che più che un Battesimo, sembrava di essere entrati alla dimostrazione dell’ultimo modello del Folletto, in una corsia d’ospedale.
Ho pensato a quei poveracci che si sposano in questo periodo, alla loro cerimonia lampo e al book fotografico, coi parenti “mascherinati”, che a distanza di tempo nessuno riconoscerà più, come Fabris a Compagni di Scuola di Verdone.
Fortuna che poi la Festa è stata allegra, spensierata, bella e partecipata, con tanti amici e parenti. Dove rustici, pizzette, casarecce al pesto, vitello tonnato e pasticcini vari hanno guadagnato il proscenio al posto dei soliti discorsi sanitari di questo periodo.
Tutti nel mio giardino attrezzato e addobbato per l’occasione, con festoni, palloncini, tavolini imbanditi con ogni ben di Dio (da “Dolce e Salato”), e per finire una bella sessione di karaoke, dove hanno cantato tutti i volontari (o come al solito) i coatti dai prori familiari.
Proprio una bella festa, con un tempo bellissimo, dopo un venerdì 17 settembre che ha fatto esplodere i chiusini di Roma ed allagato alcune fermate della Metro (come sempre), per la pioggia incessante.
La mia fidanzata piccola lo meritava davvero, e mia figlia ha fatto bene a forzare i tempi e a stabilire la data. A prescindere.
“Cosa fatta, capo ha !”
Quindi tanti, tanti sinceri Auguri Eleonora, e citando il bigliettino di mia moglie …

“La più brillante tra le stelle, soffice e candida come la neve, forte e robusta come una quercia.
In ricordo di un giorno specialissimo, perché speciali sono tutti i giorni da quando sei venuta al mondo, infiniti auguri per il tuo Battesimo, con Amore immenso i nonni Vittorio e Fabiola. “

8 marzo. Auguri alle donne.

Dal 1946 in Italia, per iniziativa della parlamentare Teresa Mattei, partigiana del Fronte della Gioventù, viene offerto alle donne, un rametto fiorito di mimosa nella giornata dell’8 marzo.
Un altro padre costituente, il comunista Luigi Longo, chiese se sarebbe stato opportuno scegliere le violette, come in Francia, per celebrare quel giorno; ma la Mattei gli suggerì la mimosa, un fiore più povero e diffuso nelle nostre campagne.
Il nome di “mimosa”, è usato anche per l’omonima torta che si usa preparare nella stessa data.
È una pianta originaria della Tasmania, in Australia. Per le sue meravigliose caratteristiche come pianta ornamentale, ha avuto un facile sviluppo anche in Europa dove a tutt’oggi prospera quasi spontanea.
In Italia è molto sviluppata lungo la Riviera ligure, in Toscana, in Sicilia, e in tutto il meridione, ma anche sulle coste dei laghi del nord.
La capacità di fiorire anche in terreni difficili, viene associata alla storia femminile e quindi alla resistenza delle donne, capaci di rialzarsi dopo ogni difficoltà.
Concita De Gregorio, invece, associa questa giornata e il fiore che la caratterizza, al dolore che le donne, a differenza degli uomini, hanno connaturato per proseguire la genia umana e per tutti i pensieri dei figli e della famiglia.
Io possedevo un bell’albero di mimosa, che avevo acquistato in un vivaio.
Poco più grande di una pianta di geranio, era diventato un tronco grande e ricco di fiorellini gialli, che ogni anno coloravano il tavolo della colazione.
Un brutto giorno, senza nessuna avvisaglia, dopo un periodo di freddo intenso, l’ho trovato giù, caduto rovinosamente a terra. E l’ho dovuto smaltire.
Perché ho saputo che la mimosa, al pari del pino marittimo, è un’altra pianta superficiale, che non sviluppa radici profonde, e sicuramente non proporzionate al suo sviluppo fogliare.
E che molto spesso viene attaccata da funghi e parassiti naturali.
Verrebbe da dire “tanto grande, quanto debole e fragile”.
Ed ho pensato alle donne della mia vita, mia moglie e mia figlia, che pur forti e grandi e con tante foglie, come la mia mimosa in giardino, a volte sono deboli e fragili, e bisognose di una parola di conforto, una irrorata alle radici di Amore con la “A” maiuscola, dell’acqua della comprensione e del concime della pazienza.
Ecco, quello che consiglio a tutti i maschietti, è di curare giorno per giorno la loro “donna-mimosa”, e non rischiare che venga giù, in un freddo mattino di inverno, in giorni ed episodi come ce ne sono tanti nella vita di ognuno.
Perché non basta il rametto di mimosa … ci vuole ben altro !!!