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Scampagnata in ospedale

Oggi ho accompagnato un carissimo amico all’Ospedale Tor Vergata, da cui mancavo più o meno da quando vi morì mia madre nel lontano 2014.
Per una visita ortottica, quindi non grave, né urgente, ci siamo immersi nella realtà di uno dei più grandi nosocomi di Roma Est.
Oltre a notare subito un incremento impressionante delle auto parcheggiate fuori, ad occupare tutti gli spazi possibili e immaginabili (anche quello della corsa di emergenza della Croce Rossa), c’era un via vai di gente che proprio non ricordavo.
Numeri incredibili fuori e dentro la struttura. Confusione, calca, perfino botte e bestemmie tra coloro in fila.
Tutti, chi più, chi meno, malati o in procinto di scoprire quello che accusavano.
Dentro, il pressapochismo di sempre, aggravato da volontari molto anziani che avevano difficoltà pure a indicare i vari percorsi da seguire per raggiungere la propria specializzazione : rosso, giallo, verde, blu, arancione.
Ecco noi dovevano seguire il percorso arancione, che si snoda in metri e metri di corridoi del piano terra.
All’interno tutti mascherinati, rigorosamente bardati, tranne i ribelli come il sottoscritto, che avevano più di un motivo per mettersela come sciarpetta o direttamente come paragomito.
I dottori a frotte di due o tre, comprese infermiere avvenenti, erano impegnati nel rito quotidiano del caffè e delle chiacchiere da bar, nonostante ai reparti ci fosse l’apoteosi.
Una sofferenza morale più che fisica, con tanti vecchi in fila per impegnare la giornata e confermare quello che già sapevano e curavano da tempo.
Il mio amico, consigliato sempre dai VSV, i “vecchi saggi del volontariato” aveva avuto l’ardire di salire dai medici a visita, senza passare preventivamente per il salasso/ticket di Speranza & C.
Un peccato originale che rischiava di farci fare nuovamente tutta la trafila.
Una volta dentro, tra la calca fuori, le urla, gli strepiti, i numeri monster delle visite da fare, i “provoloni” e i tentati “portoghesi”, si assisteva a visite speedy gonzales, tipo quelle di Alberto Sordi nel “Medico della Mutua”.
“Bene (o male) … sette più !!!”.
Senza neanche una terapia consigliata adatta al paziente, ma quelle “di protocollo”, stilate dai burocrati del Ministero della salute.
Sul recente modello di “Tachipirina e vigile attesa!”.
Oggi andare all’ospedale, come recarsi dal proprio medico di famiglia, presuppone di sapere molto bene, che non si verrà curati, ma soltanto “indirizzati” ad altri esami, altre analisi, altri specialisti.
Un gioco a rimpiattino che mette al riparo da responsabilità, da richieste di danni, da possibili rotture di cazzo di parenti e familiari del malato.
E dal malato stesso che ormai ringrazia anche per un bicchiere d’acqua – nonostante prelievi e spese sanitarie molto gravose – e che paradossalmente, si accoda agli organi di mala-informazione, che definiscono “Angeli della corsia” questa massa indistinta di seri professionisti, ma anche di menefreghisti e operai della vanga.

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