Wanted Salvini. Vivo o Morto.

Come la macchia d’olio su un tessuto di lino l’inchiesta della procura di Agrigento, alimentata dalla sinistra italiana e dai burocrati di Bruxelles, si allarga giorno per giorno. Ai primi capi di accusa, risibili e pretestuosi, se ne aggiungono altri nuovi e sempre più fantascientifici, ma proprio per questo molto pericolosi. Dopo l’accusa di sequestro di persona e abuso d’ufficio per aver impedito lo sbarco di 150 migranti a bordo della nave “Diciotti”, ieri il Pubblico Ministero Luigi Patronaggio ha, infatti, ipotizzato nei confronti dell’esponente leghista, un nuovo reato, ovvero, “ricatto all’Unione Europea”. Un espediente con il quale oltre agli immigrati in via di identificazione, anche l’Unione Europea potrebbe prendere parte al processo, costituendosi come parte civile contro il Vicepremier. Secondo quanto riportato dall’articolo 289 ter del codice penale, infatti, è considerato reato costringere una organizzazione o uno Stato a compiere un atto. Tale reato è punibile con reclusione dai 25 ai 30 anni. Dato che tutti gli atti verranno trasmessi alla procura di Palermo, operazione prevista per oggi venerdì 31 agosto e che successivamente a questo procedimento, gli uffici dovranno inviare tutto al Tribunale dei Ministri entro 15 giorni, sarà in quella sede che si deciderà se passare all’archiviazione del caso oppure no. Una strana coincidenza di tempi e di modi, con le affermazioni di Travaglio di “staccare la spina a questo Governo al più presto”. Sembra che i soliti “salotti buoni” della società italiana, abbiano già affisso ai muri il classico cartello di “Wanted.Vivo o Morto!!!” e il tintinnare delle manette (come è sempre stato nella Storia Moderna) sarebbe il classico colpo di teatro per sbarazzarsi del “Rompi” di turno e ricondurre tutto nel più tranquillo e metodico Governo di Unità nazionale. Io fossi Salvini non mi sentirei tanto tranquillo,considerando questi avvertimenti come “medaglie”, perché questa è gente che non perdona e che va dritta allo scopo senza tentennamenti o scrupoli.
Dovrebbe chiamare a raccolta le sue forze e far capire che la musica è realmente cambiata nei rapporti di forza.
Ma al più presto, perché i carabinieri vengono di mattina prestissimo … quando ancora si dorme.

Le mie elementari (parte quarta)

Come già detto in classe avevamo l’universo mondo. Per delineare meglio tutti quelli che mi sono rimasti in mente dopo quasi 50 anni, devo fare uno sforzo mica da poco, perché nel frattempo nel cervello ho infilato tanti libri, appunti, pensieri e moltissimi altri visi nuovi. Dunque, il nostro maestro Mariani Sergio, era un uomo sui quarantacinque, piuttosto bassetto. Stempiato, vestito sempre di scuro, con giacca perenne, e con un paio di occhiali scuri (da sole e da grandine) che portava tutto l’anno. Credo fosse di origini meridionali, ma non ce lo ha mai raccontato. Era un filosofo socialista, dai grandi ideali, molto più portato per le materie umanistiche, insomma un grande. Uno che a distanza di tanti anni, ancora ti si staglia bene in memoria coi suoi moniti e i suoi tanti consigli. Aveva avuto la fortuna (o la sfortuna) di avere avuto dalla sorte, una classe di trentasei ragazzini, tutti educati abbastanza bene, di buona famiglia, seguiti dai genitori (a differenza di oggi) che nei cinque anni si affezionarono a lui, come ad un secondo papà (anche perché a quei tempi i supplenti erano delle vere mosche bianche). I miei compagni di classe erano gli ingredienti giusti per il minestrone perfetto, quello della vita. Avevamo l’emaciato, il secco, magro e pallido tutto l’anno, Serone, che non mangiava niente e faceva disperare i suoi poveri genitori con mal di pancia quotidiani, e il corpulento Ciavarella che invece mangiava per quattro, o il Cimmino bello pieno, che sembrava una barrique di 70 chili. C’era il sardo (ma solo di nome) Cubbeddu, che voleva diventare fin dalla prima, un giornalista affermato, e portava in classe fumetti e riviste e ci “deliziava” coi suoi pensierini sulle vacanze, c’era Severoni che a soli otto anni era un bravo giocatore di scacchi e viveva in un palazzo a forma di bara da morto, avevamo Salustri il figlio di un noto commerciante di abbigliamento al Tuscolano, che veniva a scuola, in puntuale ritardo, accompagnato nei “macchinoni” dal padre, eppoi c’era Fumi, il ripetente doc, che era alto come una pertica e menava a tutti i non romanisti. Avevamo Cristiani, rampollo di una delle pasticcerie più famose della capitale, che ad ogni suo compleanno faceva in modo che diventasse la festa di tutti noi con prelibatezze e bevande colorate, il Massarelli che eccelleva sul campo di calcio (il parcheggio con la porta fatta con le cartelle) dove ci “ammazzavamo” all’uscita da scuola, che arrivò a far giocare la sorella in attacco (molto meglio di noi) con il nostro massimo stupore, il piccolo Taddei, laziale convinto che aveva gli occhiali spessi e una miopia come Mr. Magoo, il gigante buono Mori che mi ritrovai come compagno di banco per tutto il viaggio e che mi difendeva dai “massiccioni” (anche di altre classi), il buon Montanile che aveva una mamma sorridente e simpatica e che iniziò la tradizione dei compiti a casa tutti insieme, poi avevamo Sambucini il “bello”, con una lunga chioma bionda invidiata da tutti (e oggi anche da lui stesso) e c’era Rizzo che era un vero birbante e che ogni tanto si trovava dietro la lavagna a fare le facce al maestro che spiegava, eppoi c’era il mio avversario naturale. Un bambino che aveva diviso la classe in due, tale Valente, da una parte lui coi suoi, dall’altra io coi miei, con cui ogni argomento era buono per litigare. Mano alzata perenne, ma a pallone, come a ginnastica in genere, una “pippa” sonora. Arrivammo alle botte fuori scuola, con tanto di nasi sanguinanti, ma i nostri genitori, a differenza di quelli di oggi non andarono dall’avvocato, ma si fecero una sana e bella risata al telefono.
Le file dei banchi in classe erano tre, quella della porta, la fila centrale e quella della finestra, da cui entrava il sole estivo e invitava al sonno. Io, con tutti i “miei” sedevamo nella fila della porta, almeno fino alla fine della terza elementare, ma in quinta, avevamo conquistato i 2/3 del territorio, accaparrandoci pure i bambini del Centro.
Forse fu quella una delle ragioni della guerra punica con il “prode” Valente.
Mariani esigeva il massimo rispetto tra di noi e la soggezione per la sua persona, mai arrivando però alle stravaganze del maestro Gentile, nostro confinante, di cui i suoi avevano il “terrore puro”. Un mio amico, Testa, capitato nella classe del Cerbero, aveva la “sciolta” tutte le mattine, ma si riconsolava che col programma didattico stavano più avanti di noi. ….. Bella soddisfazione del piffero !

Quanto basta poco …

Stare ancora in spiaggia alle sette di fine agosto è una sensazione bellissima. Una leggera brezza sulla pelle e il sole di bronzo che gioca dietro i cirri di questa estate un po’ pazza. Un venticello fresco e davanti la distesa d’acqua azzurra appena increspata che si confonde con il cielo all’orizzonte. Echi di chiacchiere lontane e bambini che giocano sulla sabbia (quest’anno erano veramente tanti e piccolissimi, una vera benedizione). Gli ombrelloni a quest’ora sono già quasi tutti chiusi e quei pochi ancora aperti proiettano ombre lunghissime. E trovarsi sulla loro scia fa venire i brividi e la pelle d’oca.
Le famiglie già discutono e fantasticano della cena e della serata da passare insieme in allegria e i pescatori, quei pochi tignosi con canne e esche arrangiate, tornano con i loro magri “bottini” che vorrebbero cucinare dappertutto, dalla zuppa alla griglia, dal sugo al guazzetto. Qualcuno ancora in acqua si mantiene immerso fino al collo perché il mare è ancora tiepido e saluta i parenti come un temerario, chiedendo foto e filmini della sua impresa, come l’alpino al fronte.
Dialetti diversi, inflessioni, parole grevi che caratterizzano il nostro stivale da Nord a Sud. Qualcuna resta misteriosa e buffa.
Quanto è bella la vita e quanto basta poco per essere felici.
Aveva ragione Cristo a dire che Dio vede e provvede, perché basta un costume, un paio di ciabatte e un panino per sentirsi “pieni” di cuore e non di panza … come tanti nostri “benefattori” in Parlamento.

Arifacce !!!

Diego Fusaro l’ha anticipato in questi giorni : “Faranno in modo di rovesciare questo Governo nazional popolare”. Una previsione che se si rivelasse esatta, ci catapulterebbe senza mezzi termini in un periodo buio della nostra storia. In un tempo in cui il voto non conta nulla e nel quale un gotha di “aristopolitici” di sinistra, con il supporto “armato” di certa magistratura, comanda a prescindere da chi vince nelle urne.
Questa volta è il turno di Salvini, un tempo fu quello delle persecuzioni sillane ad Andreotti e Craxi. Chi si frappone a questa loggia di potere, o va dritto in Tribunale senza passare dal via, o si trova senza soldi con tutto l’apparato finanziario a bucare le gomme (e il Pil). Non conta leggere il proprio nome tra gli eletti in Parlamento, quello che conta veramente è allinearsi ai “desiderata” di questi potenti illuminati che legiferano, disciplinano e dispongono soltanto per il mantenimento dei loro benefici, anche contro 55 milioni di italiani. La fila indiana a Catania dei papaveri rossi del PD per lo sbarco della Diciotti, ci fa capire, una volta di più, che il lupo perde il pelo ma non il vizio. E in quella banchina portuale coloro che si erano (fittiziamente) accoltellati qualche mese fa, i vari Martina, Boschi, Boldrini, Fiano, Fassina, Civati, come i ladri di Pisa, si abbracciavano tutti insieme appassionatamente e si baciavano in bocca nel ricordo di una madre Russia che non c’è più (neanche sui libri di geografia) ma che loro ancora rimpiangono cantando “Bella Ciao”. Una comunità che non dimentica e che affonda le sue radici negli anni 70 quando già si posero le basi per i colpi di stato di questo terzo millennio. Dobbiamo ricordare infatti, grazie a questi “signori”, che in Italia al tempo che la DC si preoccupava di “lottizzare” i Ministeri degli Interni, della Pubblica Istruzione e dell’Agricoltura, per avere la possibilità di “piazzare parenti, amici e amici degli amici” con concorsi fatti in casa … quelli del vecchio PCI si accontentavano di infarcire coi loro uomini, il solo Ministero di Grazia e Giustizia. Nella convinzione che era inutile avere il controllo del braccio (poliziotto o carabiniere) quando si poteva comandare il cervello (magistrati e giudici). E così oggi nel suo saggio Fusaro aggiunge : “Nel 1992 ci fu Tangentopoli e nel 2011 lo “spread” delle lobby finanziarie che incoronarono Mario Monti”. Oggi siamo alle solite Calimero. Se non si riesce con il bombardamento mediatico di stampa e tv, si prova con le manette o con gli indici finanziari.
E purtroppo in tutto questo il popolo, quei famosi 55 milioni, stanno a rimirar le stelle o a bestemmiare dietro un monitor di computer.

Per la morale chiedete a Salvini come è andata a finire …….

Le mie elementari (parte terza)

Si era amici dentro e fuori la classe, anche se non c’era giorno che qualcuno di noi non facesse “a botte” fuori scuola, con tanto di tifo calcistico, per i motivi più futili : offese ai parenti, scazzi per le squadre del cuore, compiti non passati o bande rivali. Oppure si approfittava del piazzale di Via Opita Oppio (trasformato in seguito in parcheggio) per tirare fino alle 14, in memorabili sfide a pallone, visto che il “calcetto” ancora non lo conoscevamo. Le squadre si facevano a pari e dispari per accaparrarsi i migliori di noi, e c’erano quelli che facevano solo numero essendo proprio negati con la palla, che molte volte venivano dirottati in porta, perché il portiere tra due giacchetti o borse a fungere da pali, non lo voleva fare nessuno. Non esisteva proprio il concetto di razzismo, ma il fatto di avere con noi un bambino di colore, all’inizio ci creò una bella curiosità, specie quando a ricreazione si andava tutti insieme al bagno. E a quei tempi era davvero una mosca bianca, ma con simpatia divenne l’amicone di tutti, anche perché somigliava ad Amarildo che era un nostro idolo giallorosso. Nella classe c’erano solo romanisti o laziali perché gli juventini o gli interisti restavano in silenzio, anche se a quei tempi vincevano tutto quello che era possibile vincere, e anche perché ogni volta che esultavano “beccavano” da Fumi, il nostro ripentente certificato.
Le ricerche si facevano utilizzando “Le meravigliose figurine” della casa editrice Salvadeo di Torino, che sul retro forniva anche notizie e informazioni che copiavamo prima di “appiccicare” la figurina ritagliata sul quadernone delle ricerche. Si appiccicava tutto con la famosa “Coccoina”, una colla nei barattoli di alluminio, prodotta cuocendo a bagnomaria la fecola di patate e l’acqua, aggiungendo poi glicerina e olio di mandorla, che tanti di noi “assaggiavano” quotidianamente per pulirsi le dita. Avevamo pure il campionario per le “cornicette”. Era un libretto di poche pagine che si chiamava “Roselline” ideato dalla maestra Rosella Banzi Monti, e che collezionava tutte le immagini possibili per fare al meglio la cornice superiore al nostro compitino a casa. Era anche un album per imparare a disegnare e devo dire che ispirò molti miei disegni successivi. Un aiuto innocente e pulito, lontanissimo dal “copia e incolla” sulla rete che si fa oggi per ogni argomento, e che fanno invece colpevolmente anche illustri penne del giornalismo nostrano.

Le mie elementari (parte seconda)…

Danilo Mori era il classico gigante buono. Giocava a pallone benissimo e nei miei confronti, che ero più bassetto e gracilino, aveva un atteggiamento di protezione. Fumi era il ripetente della nostra classe, ed essere ripetente alle elementari, significava avere un timbro d’infamia sulle spalle e dover fare da grande o il manovale o l’artigiano di poche speranze. Cimmino era un bambino obeso e coi suoi 70 chili e passa, ci sembrava un cartone animato, un barbapapa’. Le interrogazioni alla lavagna erano uno spasso quando andavano quelli “scarsi”. “Dimmi il fiume più lungo d’Italia”. “Un aiutino mae’…”. “Inizia per p….. e finisce con ….. o”.”Ma uno mica può conoscere tutti i fiumi d’Italia!”.
A quei tempi c’era il “capoclasse” a cui il maestro, con una coccarda o un nastro intorno al braccio, affidava la classe quando era chiamato in Direzione. Per questo incarico si era pronti a tutto. A denunciare le mani al naso o nelle mutande del migliore amico, a fare lo spione del maestro, a comporre i migliori “pensierini” della nostra vita. Perché il capoclasse aveva il potere di vita o di morte. Disegnava una linea col gesso sulla lavagna e annotava da una parte i buoni (e quindi tutti i suoi amici) e dall’altra i cattivi (gli infami di altre fazioni).
Quando io andavo alle elementari c’era il grembiule. Ovvero un camiciotto azzurro (e rosa per le bambine) con un bel fiocco bianco che si scioglieva sempre e si sporcava di inchiostro quando usavamo le Bic perché ci finiva sul quaderno. Ma la vera sciccheria era il distintivo con la classe (e a volte la sezione) che si frequentava. Anche a quei tempi c’era il nonnismo. Avere il gagliardetto al braccio o sul petto con indicata una 5°classe equivaleva al rispetto di tutti, quasi un alto grado militare, che i più piccoli dovevano subire e temere. Quelli senza nonni o con i parenti lontani, restavano al doposcuola. Si facevano i compiti e si poteva pranzare alla mensa scolastica, che chiamavano per il retaggio Gentiliano, “refettorio”.
Non c’erano le Coop, ne le società di ristorazione e si faceva tutto in casa. Cuochi e bidelli a servire ai tavoli. Pasta al pomodoro o brodo di carne con i cappelletti, salame di Milano, fettine panate e patate fritte. Tanto che a volte chi rimaneva era invidiato da chi salutava e tornava a casa. No come adesso che si mangia la plastica, nella plastica. Erano gli odori che non si dimenticano e che hanno caratterizzato la nostra infanzia. Matematica era la croce di tutti.
Problema, Risoluzione, Indicazione e Calcolo. Quattro sostantivi che combinati male erano il terrore e potevano significare la grave insufficienza. Io per un 4 persi una partita all’Olimpico con mio padre. Perché a quei tempi c’era la “punizione”, il salutare “chi rompe paga”, senza avvocati e denunce ai maestri. Anzi c’era pure “l’aggiuntina”o il “resto”. Perché il maestro aveva sempre ragione per i nostri genitori “a prescindere”. Pure per quelli degli alunni del maestro Gentile, che magari si erano fatti una mattinata sui ceci o con le orecchie da ciuccio. Una volta perché ero girato a parlare con quello dietro, mi arrivò una cinquina così secca e perentoria, che ancora mi brucia la guancia, ma che mi vidi bene dal raccontare ai miei per paura dell’aggiuntina.

Le mie elementari (parte prima) …

La “Damiano Chiesa” nel quartiere Quadraro era (ed è tutt’ora) la classica costruzione fascista. Con enormi aule e corridoi, scalinata in marmo e bandiere nazionali all’entrata. Il nome dell’eroe trentino scritto ancora nei classici caratteri ante guerra. Erano solo gli anni ’70, ma sembrano già lontani anni luce. Il direttore aveva il nome che già era un programma “Terribili”. Un ometto autoritario con due baffetti corti, inquietanti. Era tristemente famoso per le incursioni a sorpresa nelle quali tormentava maestri e allievi. Nelle classi quinte che si preparavano tutto l’anno al famigerato esame di licenza, non risparmiava vere e proprie puntate del Rischiatutto : “Cimmino dimmi … la capitale della Bolivia”. In prima elementare, dopo il sorteggione per conoscere se sarei andato di mattina o pomeriggio, capitai con una maestra buonissima, la Cipollini, che purtroppo si ammalo’ a metà anno scolastico e con mia madre dovetti elemosinare un posto in altra sezione antimeridiana (perché i miei lavoravano al mercato). Percorremmo tutto il lunghissimo corridoio come dei derelitti, ricevendo oltre dieci rifiuti (tante erano allora le sezioni di prima, tutte con oltre 30 allievi). Alla fine rimanevano due porte. Quella del maestro Mariani e quella del maestro Gentile. Mentre Mariani era un brav’uomo (un socialista autarchico convinto, ma l’ho capito solo in seguito) all’ultima porta c’era il Cerbero della scuola. Il maestro Gentile era tutto, meno che Gentile. Smunto, tirato, severissimo e poco adatto al clima misericordioso e materno delle elementari. Ricordo che giravano delle vere e proprie leggende su di lui. Che bacchettata, che usava ancora i ceci sotto le ginocchia, che metteva le orecchie d’asino e soprattutto che bocciava e partiva le valutazioni dal tre. Il maestro Mariani comprese subito la mia disperazione e mi prese con lui in una classe di 36 scalmanati. E oggi si lamentano di sovraffollamento scolastico e “classi pollaio” con 20 bambini. Da noi c’era l’universo mondo. Chi non capiva proprio, chi fingeva, chi menava, chi rompeva, chi eccelleva. Non si conoscevano ancora i Bes e i Dsa, eravamo tutti uguali senza piani didattici personalizzati. Con lo strillo o la “pizza in faccia” si superavano tutte le difficoltà e si portavano alla licenza pure quelli che erano negati proprio. In modo consapevole e meritato, senza regali o elemosine. Mariani voleva che ci esprimessimo in italiano e rifiutava ogni termine straniero, li segnava col rosso sul “pensierino”. Perché ai miei tempi c’era ancora il quaderno dei “Pensierini” (che magicamente diventavano “temi” in seguito ed in particolare alle medie) e le penne blu e rosse, oltre alle matite. Avevamo l’astuccio, che era un bellissimo contenitore a borsetta di penne, pastelli, gomme e temperini.
C’era il diario (io ogni anno acquistavo quello di Jacovitti con salami, corna e personaggi nasuti) e in cartella portavamo la merendina. Per tradizione si acquistava la mattina prima di entrare o dal pizzettaio davanti la scuola, che sfornava la famosa “tondina”, o si prendevano le “schifezze” dal chioschetto all’angolo che era specializzato in fusajie, gelati con la chiara dell’uovo allo zucchero colorato (le attuali meringhe) o il cartoccio con le olive dolci.
Alle elementari a quei tempi c’erano i voti da zero a dieci e lodissimo. Era una lotta quotidiana e dato che (fortunatamente) non c’era ancora la legislazione sulla privacy, alle correzioni seguivano subito sonore e colorate prese per il culo dei somari. La classe era crudele con sé stessa. Se non si sapeva qualcosa, si alzavano subito le manine dei secchioni o di quelli che avevano sbirciato la risposta sul Sussidiario.
Il Sussidiario era la Wikipedia di quei tempi. Le case editrici facevano a lotta per far approvare i propri “manuali del sapere”, perché li dentro c’era tutto, dalla Storia alla Matematica, dalla Geografia alle Scienze. In poco più di 150 pagine c’era lo scibile umano. Si partiva dalla Preistoria e si arrivava (nel corso dei vari Sussidiari, anno per anno) a Mussolini. Non c’erano critiche, non c’era dissenso, il Sussidiario era la Bibbia. E affiancato a questo libercolo, c’era il libro di lettura. Su questo libro appendice, si mettevano pure i voti di lettura, di recitazione e di memoria se si erano imparate alcune poesie e si ripetevano in classe davanti a tutti.
Con Mariani addirittura avevamo pure il voto di calligrafia, perché un tratto chiaro per lui era sinonimo di pensiero altrettanto chiaro. Ancora ricordo i nomi e i volti di molti di allora. Diaferia, Taddei, Mattei, Cristiani, Cubeddu, Valente e il mio compagno di banco Danilo Mori, un buono di natura.

Segue ….

I Paladini della “Sinistra”

Quanti paladini ha questa “sinistra” dell’accoglienza. Anche perché ai giorni nostri, l’accettazione dei migranti passiva e incondizionata è rimasta l’unica nota peculiare, l’ultima caratteristica della sinistra italiana. Non si parla più di Statuto dei Lavoratori, di salario minimo garantito, di scala mobile o pensioni da fame, il leit motiv è il barcone pieno all’inverosimile, la donna incinta o il bimbo che piange dalla prua del canotto.
E la nenia trita e ritrita che “devono comunque sbarcare e approdare nel nostro Paese” come si trattasse di un intero continente da popolare. E in tutto questo i vari Saviano, Bonino, Boldrini, Fico e anche lo stesso garante della nostra sovranità il Presidente Mattarella hanno un colpevole paraocchi. Se gli italiani si impiccano per indigenza o restano abbandonati sulle lettighe dei pronto soccorso per settimane, o sempre più non possono neanche curarsi, non frega niente a nessuno e meno che mai ai nostri paladini della (finta) bontà. L’importante è che non si interrompa la “solidarieta’ a tutti i costi, che fa chic!”, quella politica dell’accoglienza che garantisce Onlus (straniere), Coop rosse e parassitismo diffuso sulla pelle di chi sta in difficoltà. E con il placet del resto d’Europa che se frega altamente. Oggi ho letto della velata minaccia che la procura di Agrigento ha opposto alla giusta intransigenza del nostro Ministro degli Interni. Addirittura si configura il reato di “sequestro di persona” se non autorizzera’ al più presto l’approdo della motovedetta “Diciotti” a Catania, come se una istituzione statale potesse violare deliberatamente il codice penale e rischiare una reclusione di oltre dieci anni di carcere per un proprio capriccio o una volontà a delinquere. Ancora una volta, come nell’ultimo trentennio, in Italia la separazione dei poteri è violata sistematicamente e il potere giudiziario, molto politicizzato, detta tempi e indirizzi a tutti gli altri.
Che poi alla fine si piegano alle spese processuali e legali, alla qualità della vita di molto più bassa nel corso dei giudizi che a volte durano decenni, al massacro mediatico che interessa tutto l’asse parentale. Per tutte queste considerazioni mi stringo a Salvini e a chi vuole (come lui) soltanto il rispetto delle regole del buon vivere civile.
E recependo l’invito di Francesco Storace mi dichiaro anch’io mandante, con il voto, di questo eventuale delitto.

Il Quadraro. Quanta storia!

È il mio quartiere di nascita. Nelle fonti conservate nel Catasto Alessandrino, si parla di “Quadraro” dal lontano 1600, come di una vasta proprietà terriera dei monaci dell’Abbazia di Sant’Alessio all’Aventino, che lo avevano dato in affitto ad un certo Guadralis. Considerato dal Governatorato del regime fascista di forte importanza per lo sviluppo della città verso i Castelli Romani, al Quadraro vennero realizzati due cinema, l’ufficio postale, la casa del fascio, un istituto per ciechi. Erano presenti inoltre molte osterie e trattorie spesso frequentate dagli attori e dalle maestranze della nuova città del cinema. L’insediamento come lo conosciamo oggi, risale all’inizio del ‘900 ed era una lottizzazione piuttosto ben progettata che aveva prodotto una struttura urbanistica basata su villini di due, o al massimo tre, piani con attorno un’area verde di 2.000 2.500 m² circa. Assimilabile alla zona dei villini del Pigneto, anche se di natura più spontanea ed a quest’ultimo precedenti. Negli anni successivi al 1950, si degrado’ a periferia-borgata, quando divenne la terra di conquista dei cosiddetti palazzinari che iniziarono lo scempio che tutti conosciamo, con palazzoni di dieci e più piani e scarsissimi servizi per la popolazione residente, paragonabile nel frattempo a quella di una città medio grande del Paese.
Io lo percorro e lo vivo dal lontano 1963 e ne ho viste di belle e di brutte. Dai doppi e tripli turni che affollavano le scuole elementari come la Damiano Chiesa e la Don Michele Rua, alle classi di oggi semivuote e con tanti bambini extracomunitari. Dai mercati giornalieri pieni di merci e consumatori come Piazza dei Tribuni, Cecafumo, Don Bosco o il mercato di Porta Furba (di cui non esiste più traccia) ai tanti cinema di seconda e terza visione – il Pidocchietto o Folgore, il Bristol, l’Atlantic – che, o sono già centri commerciali o lo saranno a breve (è di questi giorni infatti la notizia della cessione all’asta a Ottobre dell’ultima multisala a Via Tuscolana). Le tante edicole che un tempo erano “oro” e che oggi sono tristemente chiuse o i tanti chioschetti vicino le scuole che servivano le famose “merende” e le pizzette delle 10 e mezza, che sono spariti in questi anni. Un quartiere “rosso” con le sezioni storiche del vecchio PCI che non hanno mai permesso alternanze o altre bandiere, fatta eccezione per l’ultima amministrazione 5 stelle di Monica Lozzi. Popolazione mista e rappresentativa di tutta Italia. Dagli sfollati meridionali del dopoguerra a tutte le comparse e maestranze del cinema che si trasferirono qui si tempi dei grandi colossal americani (Ben Hur, Quo Vadis?, Cleopatra e Vacanze Romane). Un quartiere vivo con gli odori della tradizione romana (pasta e carne al sugo, verdure cotte e pane fresco) soppiantati oggi dalla curcuma e dallo zenzero dei tanti abitanti Bangladesh e asiatici che lo abitano. Appartamenti e proprietà immobiliari tenute ancora in vita (dal punto di vista economico) dalla Metro A che lo attraversa come una spina dorsale dall’Arco di Travertino, antica residenza stanziale di Rom e Sinti alla fermata di Subaugusta (una volta terra dell’amore prezzolato). Un quartiere simbolo della resistenza ai nazisti e vittima di rastrellamenti che ancora oggi vengono commemorati da tanti romani. Ebbene sì
io pure sono un “quadrarolo” e …. guai a chi me lo tocca.

Renzi in serie “A”

Il passaggio era obbligato. Si può dire “scritto nelle stelle”. Dopo il padre alla “Ruota della fortuna” di Mike Bongiorno nel lontano 1994, potevamo farci mancare il figlio “Calciatore di serie A” ?
Eppure sembra proprio così, l’Udinese potrebbe tesserare Francesco Renzi, 1,85 metri di altezza, attaccante classe 2001 di belle speranze, figlio dell’ ex Premier Matteo, che da ieri è in prova con la squadra Primavera bianconera. Lo rende noto il quotidiano friulano Messaggero Veneto che pubblica un articolo in merito in prima pagina. Tutto quello che rappresenta l’effimero e il vuoto, i modelli per stare “co’ a capa fresca” l”italiano medio non se li può far mancare. E così anche il nostro Matteo nazionale (come prima il suo papà politico di Arcore), prova a fare breccia, con il sangue del suo sangue, nel cuore degli italiani che sono la maggioranza assoluta, quella dei patiti del pallone. Magari con un nuovo Gigi Riva in nazionale, visto che il figlio gioca pure attaccante.
Tuttavia una considerazione viene spontanea. Possibile che tra le migliaia di ragazzi delle scuole calcio, che poi si perdono nelle serie minori, anche in questo settore, iniziano ad arrivare alla prima ribalta i “soliti noti”?
Ve la immaginate una formazione così : Boschi jr, Carbone jr, Fiano jr, Malpezzi jr, Cincinna’ jr, Ascani jr, Esposito jr, Romano jr, Renzi jr, Boccia jr, Orfini jr ?
Sarebbe una vera e propria apoteosi. Un modo come un altro per recuperare tutti quei punti di sondaggio persi per scelte politiche discutibili. Magari con una finale in Champions League o una semplice vittoria della Coppa Italia.

Speriamo almeno che lo scudetto lo vinca la Maggggggikkaaaa !!!